A margine dell’incontro che ha avuto con il pubblico del Festival del Cinema di Porretta, abbiamo incontrato il regista Daniele Luchetti, protagonista della rassegna monografica a lui dedicata.

Questa sera ti verrà consegnato dal Festival del Cinema di Porretta il Premio alla carriera. Quali sono stati per te dei momenti chiave in quella che è stara finora la tua carriera?

Sicuramente l’incontro con Moretti e i film che ho fatto con lui, cioè il primo e il terzo, Domani accadrà Il portaborse. Perché quello è  stato non solo il momento in cui ho iniziato a fare cinema, ma quello in cui ho iniziato a fare un certo tipo di cinema. Questo reso possibile anche dalla fiducia e dalla passione che avevamo entrambi, e Nanni già lo faceva, per il cinema di qualità, che non faceva sconti o compromessi, che era essenzialmente quello che avremo voluto vedere noi al cinema. 

Qualche hanno dopo c’è stata la scoperta della commedia quando ho fatto La scuola che è stato un film che ha avuto ungrande successo commerciale e mi sono reso conto che si poteva fare la commedia andandolo addosso, con decisione e precisione, e tirarne fuori comunque qualcosa di soddisfacente a livello anche artistico oltre che commerciale. Ciò provato anche altre volte, ma con meno successo. Evidentemente quel film era proprio basato su un’ispirazione onesta, non studiato per essere un’operazione commerciale. Lo è diventata per merito della sua onestà.

Un altro momento che ritengo importante é stato l’incontro con Elio Germano, che mi ha fatto ridefinire il mio rapporto con gli attori e anche con i personaggi, perché ci siamo trovati con una grande somiglianza e, per certi versi, anche se di generazioni diverse, ho trovato un dialogo con un attore che raramente era capitato con atri attori con la stessa profondità ed intensità. Questo rapporto mi ha portato sostanzialmente a cambiare anche il mio modo stesso di girare.

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Spesso traspare una tua emergenza di scoprire volti nuovi,di trovare nuove fisicità da portare nei tuoi film. Fai questo anche andando a stravolgere i personaggi e gli attori che li devono interpretare. Penso proprio a Elio Germano, che è diversissimo, ad esempio, in Mio fratello è figlio unico  al ruolo che ricopre nel film che vedremo stasera a FCP, Io sono Tempesta. In questo tuo ultimo film, solo apparentemente, fai fare a Germano un passo indietro, non più protagonista (lo è Marco Giallini), ma diventa un coprotagonista che, in realtà, guida la storia.

È  una questione di intensità che scava nel profondo. Mi era in un certo senso successo anche con Silvio Orlando. Ci sono degli attori che trovi somiglianti a te e in cui ti rispecchi, che non sono né tanto peggiori né tanto migliori di te, ma sono una versione di te diversa. Credo che sia una fortuna per un regista poter raccontare un personaggio pensando ‘quello potrei essere io’. Cosa che, ad esempio, non è successo con altri attori o attrici. Quando mio figlio era piccolo e guardavamo dei film insieme, mi chiedeva sempre chi fossi io di quelli che vedeva nello schermo. Perché in qualche modo ognuno di noi si identifica in un personaggio. E io, mentre lavoravo con questi attori, riuscivo ad essere loro.

Una delle peculiarità della tua generazione di autori è il fatto che voi poteste contare su delle storie importanti. Quanto la mancanza di un elemento narrativo forte sta influendo al momento sul cinema italiano?

Noi le storie forti che raccontavamo ce le andavamo a cercare. Oggi c’è la tendenza a tornare più verso il genere cinematografico, quindi fare il giallo, l’horror. Che va benissimo, però nei generi così già esplorati é difficile possa venire fuori qualcosa di nuovo. Penso che per trovare una storia importante te la devi andare a cercare. A volte la trovi subito. Altre puoi metterci anni o anche non trovarla. La storia o il tema che vuoi affrontare é, indipendentemente dal grado di drammaturgia che ci uoi mettere dentro, credo che sia il problema principale quando metti in moto un film.

Quanto cambia il tuo modo di vedere il cinema né momento in cui passi dall’essere regista all’essere insegnante di regia al Centro Sperimentale di Cinematografia?

Quando fai il regista non ti rendi conto di saper fare delle cose, perché le fai e basta. Quando insegni, invece, ti accorgi di saper fare delle cose perché le devi spiegare e, soprattutto, perché l’altro non le sa. Quindi, nel momento in cui spieghi come si tiene la macchina da presa, ti viene istintivo, ma ti accorgi che per il tuo studente è una sorpresa e devi cercare di formalizzare quel gesto. La soddisfazione di insegnare è grandissima perché  ti accorgi di aver sviluppato delle competenze che magari pensavi di non avere. Pensavi di essere lo stesso di quando facevi film trentanni fa e invece sei cresciuto e, sbagliando e riprovandoci, hai imparato a fare delle cose e il poterle trasmettere (o, almeno, ci si prova, è un fattore potentissimo. Poi, con gli studenti riesci ad essere di una sincerità disarmante sia sul tuo lavoro che sul loro e questo ti mette in uno stato d’animo che ti permette di sentirti utile.

Questa XVII edizione del Festival del Cinema di Porretta omaggia la figura di Elio Petri e il suo ruolo nel cinema. Nel tuo incontro con il pubblico di oggi pomeriggio hai parlato della necessità di distaccarsi anche dai maestri. Cosa, invece, pensi che sia stato perso ma che andava mantenuto.

In questo contesto, il nome di Petri é particolare, perché é stato un rrgista dall’immenso talento, sempre alla ricerca di qualcosa che, forse, quando é morto ancora non aveva trovato, che ha fatto un paio di capolavori veri e che, quando eravamo studenti, portavamo sempre ad esempio per ricordare che non ci fossero solo Fellini o Antonioni, ma anche lui, Pietrangeli, Germi. Era uno di quei registi che sapevamo essere altrettanto fondativi del nostro cinemq, pur da posizioni più collaterali. In particolare, Indagine La classe operaia, ma anche Il maestro di Vigevano, siano dei film importanti che fanno vedere uno sguardo molto nitido, netto, inquieto, serio, che a me interessa ancora tantissimo. Sono film che rivedo spesso. Ed é un regista che cercava sempre. 

Pensi che questa ricerca stia venendo a mancare?

Sì e no. Io non credo mai quando si parla di una generazione di registi o una corrente. Ognuno fa ricerche sue, a volte anche spalleggiandosi su delle collaborazioni o vicinanze. Oggi c’è chi ricerca. Vedo tanti film di giovani molto interessanti, che ci provano e molto spesso ci riescono. Però quello che manca sicuramente è il cinema come fenomeno centrale della nostra società. Oggi il cinema non ha più il peso culturale che aveva prima o l’influenza sugli intellettuali e la letteratura che lo aveva portato ad essere un media così importanre. Oggi questo non avviene più.

di Joana Fresu de Azevedo