Primo appuntamento per il Festival del Cinema di Porretta che inizierà domani, 3 dicembre alle 9:30 presso il Cinema Kursal, con l’evento speciale dedicato alle scuole del territorio e la proiezione congiunta del corto Odio il Rosa e del lungometraggio Zen sul ghiaccio sottile, opere della regista Margherita Ferri. Per lei un ritorno in queste zone dell’Appennino  bolognese, che sono state la location principale della sua opera prima nel lungometraggio.

Abbiamo parlato con Margherita, che ci ha raccontato del suo passaggio dal corto al lungo, delle sfide superate per realizzarlo e di come si stia preparando all’incontro con i ragazzi.

Tante cose ti stanno succedendo in questi ultimi mesi. Prima il lancio durante la Mostra Internazionale dell’Arte Cinematografica di Venezia di Zen sul ghiaccio sottile come progetto vincitore di Biennale College. Ora, da più di un mese, con il tuo film in programmazione nelle sale. Come stai vivendo tutto questo?

Il film è in sala un po’ a macchia di leopardo in tenitura nelle sale cinematografiche. Nel senso che non è stato proiettato costantemente in tutte le sale e nelle poche in cui è uscito è stato due settimane. E dopo ci sono gli eventi speciali o programmazioni per 3 giorni o, ad esempio, il Cinema Aquila a Roma che lo ha riproiettato durante il weekend. Però, quando io incontro il pubblico lo trovo sempre soddisfatto, quindi chi riesce a vederlo esce sempre contento.

Le storie che hai scelto di raccontare, sia in Odio il rosa che in Zen, sono storie di coraggio. Come sono nate?

Sì, finalmente qualcuno che le unisce per qualcosa che non sia solo l’appartenere alla comunità lgbt.  Per Odio il rosa, ho conosciuto la famiglia di Violante (la giovane protagonista del corto, NdA) durante un programma tv che stavo girando per la Rai, prodotto da Indigo che si chiamava Chiedi a papà, in cui in ogni puntata c’erano due famiglie italiane protagoniste e quando sono andata a fare i sopralluoghi a casa dei Di Nuzzo, a Ravenna, mi sono innamorata di questa bambina che viveva come un bambino, ma fregandosene di tutte le regole, in maniera anche molto positiva.  L’anno dopo ho chiesto loro se avevano voglia di raccontare la storia di Violante. Lei anche ne aveva voglia, anzi, si piace molto ed è stata molto contenta di avere questa sua caratteristica raccontata in un mini-film.

Zen, invece, era un soggetto che avevo scritto nel 2013 e per il quale ho avuto una menzione al Premio Solinas. Da lì è iniziata l’epopea tipica dei registi che vogliono esordire: ho incontrato vari produttori che lo hanno o rifiutato o preso ed iniziato a sviluppare, poi abbandonato, con una serie di disavventure. Poi, mentre continuavo a lavorare e stavo sviluppando anche un altro progetto, è entrata in scena Articolture Bologna di Ivan Olgiati e Chiara Galloni, la referente che ha seguito il progetto all’interno del percorso Biennale College.  

 Da qui è iniziata la tua avventura in Biennale College.

E’ stato un percorso molto bello, che si struttura in una serie di laboratori, in cui è obbligatoria la presenza di regista e produttore, quindi si lavora in team, e sullo sviluppo del progetto, andando in profondità sui personaggi, in modo molto organico e in un clima di assoluta libertà artistica, dove i tutor che arrivano da tutto il mondo cercano di aiutarti a tirar fuori una versione registica il più personale possibile e raccontare la storia che vuoi raccontare. Quindi, non potevo essere più fortunata di così nel realizzare un esordio.

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Una scena da Zen sul ghiaccio sottile, in gran parte girato sull’Appennino bolognese

Un esordio che comunque è stato ricco di difficoltà: un budget molto basso, tre settimane di riprese.

Una corsa contro il tempo, con questo micro-budget che ti mette a disposizione Biennale College di 150 mila euro, al quale si possono aggiungere tax credits e un minimo di sponsor, ma, alla fine, lo abbiamo realizzato con 200 mila euro. L’altro limite imposto dal bando è quello del tempo, perché da quando ti comunicano che hai vinto al momento in cui devi inviare il DCP per la proiezione a Venezia passano neanche dieci mesi. Quindi realizzare un film in 9 mesi è quasi un parto, tanto che nel frattempo Chiara (Galloni) ha fatto in tempo ad avere una bambina sfruttando questa cornice di tempo. Questo diventa un impegno totalizzante, ma sono dei limiti che per questa storia si sono rivelati anche virtuosi, perché il fatto di dovermi concentrare sul raccontare una storia piccola mi ha obbligato ad entrare in profondità nello studio dei personaggi e a liberarmi di quelli orpelli di plot o esterni alla storia, rendendo poi più intensa la narrazione, anche se non ti lasciano scampo come autore, perché non puoi divagare. Io ho cercato di lavorare, sia in sceneggiatura che in regia, non facendomi schiacciare dagli ostacoli, ad esempio, senza dirmi che visto che avevamo pochi giorni di ripresa avrei dovuto girare tutto a mano, una regia quindi al servizio del budget limitato. Abbiamo, invece, cercato, con il direttore della fotografia, uno stile che fosse consono al racconto e che fosse ragionato in ogni inquadratura.

Sia Odio il rosa che Zen sul ghiaccio sottile sono stati inseriti dal Festival del Cinema di Porretta come evento speciale per le scuole del territorio porrettano, che potranno vedere insieme i tuoi due lavori. Che effetto ti fa?

Sono molto contenta, perché sono comunque due lavori che possono parlare ai ragazzi e hanno un messaggio positivo sulla diversità e la sua accettazione  e mostrarli insieme per me era la chiave migliore. Inoltre, le location del film sono proprio quelle dell’Appennino e riportare lì il film, anche tra i ragazzi che hanno partecipato ai laboratori che abbiamo fatto sia con il gruppo Scuola Cassero che con l’acting coach durante i casting, è una soddisfazione enorme e sono contenta di incontrarli nuovamente.