Dopo una lunga gestazione che ha visto una conduzione divisa tra due registi diversi, una sceneggiatura scritta, cancellata e riscritta, le lunghe indecisioni degli attori protagonisti cambiati per due volte, per l’insufficiente convinzione interpretativa, si è giunti finalmente alla scelta definitiva, caduta sull’attore americano Rami Said Malek, caricato da due denti incisivi alla Bugs Bunny, e capace di movenze e gestualità convincenti, oltre ad uno sguardo di puro magnetismo.

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Una scena dal film Bohemian Rapsody

Il biopic ripercorre gli anni dei Queen  dal 1970 fino al 1985, con  l’ineguagliabile Live Aid di Bob Geldoff a Wembley. Si inizia con Farrok Bulsara, alias Freddie  Mercury, alle prese con la sua identità e le sue origini. Lui nato a Zanzibar da genitori indiani, emigra all’età di otto anni nella periferia di Londra. Si raccontano in modo sbrigativo gli inizi amorosi con l’unica donna della sua vita e le sue prime confusionarie inclinazioni omosessuali. Da subito emerge il talento del giovane Farrock, detto paki, (pakistano), a cui viene riconosciuto dalla band, l’indiscusso carisma di geniale front man e di leader indiscusso.

Il brano che consacrò il valore della band è quello che suggerisce il titolo al film Bohemian Rapsody. Fu un progetto molto complesso, sia per la particolarità della struttura musicale sia perchè Freddie Mercury intendeva pubblicarlo come singolo (per sfruttare le trasmissioni in radio), ma il brano, con una durata non convenzionale (circa 6 minuti), pareva troppo lungo per essere definito un prodotto commerciale dell’epoca. La svolta si ebbe, quando un dj amico di Mercury, riuscì a farsi consegnare una copia del brano, con la promessa di non trasmetterlo, mai via radio. Ma Mercury cogliendo l’opportunità pubblicitaria, era consapevole che l’amico ben presto lo avrebbe trasmesso. Il successo fu tale che la casa discografica fu “costretta” a pubblicare il singolo, che arrivò a vincere il in bravissimo tempo il disco di platino.

Il film cerca di insinuarsi nei meandri più intimi dei rapporti interpersonali di Freddie Mercury, ma quasi mai ci riesce. Debole è l’introspezione con cui si evidenziano i numerosi conflitti interiori di Mercury, ed i rapporti prevalenti con le persone più care, ne escono spesso banalizzati, o isolati con una patina di sbrigativa superficialità. Anche i contrasti con i componenti della band, si risolvono sempre con un registro da soap opera. Possibile che all’ interno della band fosse quasi tutto così idilliaco?  Uno dei rari approfondimenti sentimentali ed emotivi avviene con l’abbraccio finale di Freddie al padre, il quale non aveva mai sostenuto lo stile di vita del figlio, riscattando il suo attaccamento genitoriale e facendo suo il motto “servono, pensieri, parole e azioni”. In questo slogan però c’è anche la sintesi della debolezza del film. Si è vero, la Reunion di Wembley resterà una pagina leggendaria, e cattura i brividi anche del meno appassionato, ma forse si potevano osare più pensieri, parole ed azioni, toccare maggiormente i tanti lati ambigui, soprattutto nella fase finale della vita di Mercury.

Tutto il film galleggia su un onda superficiale, ma quando ascolti le melodie dei Queen, ti accorgi di quanta modernità e innovazione, abbiano caratterizzato tutta l’esperienza sonora di questi geni del rock e di fronte a tanta eccellenza, anche un film non particolarmente epico, ti consegna qualcosa che non puoi più dimenticare.

Voto 7,0

di Kastel