Steve Della Casa, critico cinematografico e voce pulsante del programma radiofonico Hollywood Party , insieme all’esperta di montaggio e post-produzione Chiara Ronchino, hanno presentato, nella sezione Festa Mobile del trentaseiesimo Torino Film Festival, il loro nuovo docu-film Bulli e Pupe, storia sentimentale degli anni ’50. Dopo Nessuno ci può giudicare, presentato nella stessa sezione a Torino nel 2016 e che si concentrava sul ruolo dei musicarelli nella società italiana degli Anni ’60, con questo prequel gli autori si concentrano invece sulla decade precedente, che ha visto l’Italia intraprendere un percorso di grandi trasformazioni e profondi cambiamenti, dettati dalla volontà di superare il trauma della Seconda Guerra Mondiale.

Bulli e Pupe, il cui titolo è un evidente omaggio al celebre film del di Joseph. L. Mankiewicz con Marlon Brando, Jean Simmons e Frank Sinatra, cerca di approfondire e indagare sulle ansie, aspirazioni e sogni di quei giovanissimi italiani postbellici che irrompono al ritmo dei loro sfrenati balli in una società ancora traumatizzata dalla guerra e che in modo scomposto stava vivendo gli effetti del boom economico.

Grazie al prezioso supporto delle immagini contenute negli archivi e rese disponibili dell’Istituto Luce Cinecittà (produttore e distributore del documentario) e della Titanus, Della Casa e Ronchini montano il loro racconto proprio prendendo come fulcro della narrazione questa nuova generazione, non compresa, di cui, anche per questo, si aveva timore. Mentre le riprese aeree a colori con cui inizia il documentario ci riportano ai bombardamenti tedeschi su Cassino del 1944 e ad un Paese uscito, materialmente, distrutto dalla guerra  e, moralmente, compromesso e devastato, Della Casa e Ronchino ci portano presto tra i giovani degli anni ’50, desiderosi di abbandonare le angosce e le restrizioni del periodo bellico per rifugiarsi in nuovi spazi e poter esercitare così il loro desiderio di libertà di immaginazione. Libertà di divertirsi, di ridere, di ballare, di tornare a costruire e progettare il proprio futuro.

In questo processo, il cinema viene visto come modo per evadere da quelle che erano le decisioni dei loro padri, con in quali sentivano e vivevano una profonda frattura morale. Questo passaggio generazionale viene rappresentato attraverso un rapido passaggio tra le immagini del Poveri ma belli di Dino Risi, che funge da dimostrazione della volontà di dimenticare la miseria del dopoguerra, a quelle di Belle ma povere, sempre di Risi, e di Marisa la Civetta di Mauro Bolognini, simbolo di una generazione che chiede cambiamento.

Queste complesse dinamiche sociali generazionali, il cambiamento epocale nel modo stesso di abitare il Paese, con quei trasferimenti verso le città che hanno svuotato le campagne e portato alla creazione delle prime borgate cittadine (significativo il contributo audio di Pier Paolo Pasolini, che le definì alla stregua di veri e propri campi di concentramento per intere parti della popolazione) e il conseguente fenomeno del razzismo verso gli immigrati e un embrionale questione femminista che inizia a palesarsi nella volontà delle donne, dopo i sacrifici loro richiesti durante la guerra, di ritagliarsi un ruolo più completo rispetto a quello di madri e mogli, sono gli elementi su cui si fondano le basi della narrazione di Bulli e Pupe.

bulli e pupe
La locandina di Bulli e Pupe, storia sentimentale degli anni ’50, prodotto e distribuito da Istituto Luce Cinecittà 

Centrale nel confuso contesto di questa decade risulta il ruolo della radio, fondamentale strumento di testimonianza e di conoscenza del mondo che stava vivendo queste profonde trasformazioni, spesso sotto lo sguardo attonito di molti intellettuali dell’epoca (contributi di Flaiano, Calvino, Moravia; di una profondità sempre attuale il monologo di Eduardo De Filippo sul Piano Marshall), che tentavano con le loro analisi sociologiche sulla gioventù di essere in egual misura il mezzo di intrattenimento che gli ascoltatori desideravano e più utilizzavano.

Incalzato dalle domande di Federico Pedroni nel corso del dibattito post-proiezione, parlando del docu-film Bulli e Pupe, storia sentimentale degli anni ’50, Steve Della Casa ha detto:

Abbiamo cercato di far parlare le immagini. Poi c’è il lavoro di Chiara (Ronchini, NdA) sul montaggio. Non c’era bisogno di un commento esterno, perchè credo che il cinema debba poter parlare secondo il proprio linguaggio. Avevamo moltissime registrazioni di trasmissioni radiofoniche, visto che la radio era la voce e la coscienza degli italiani in quegli anni. Volevamo che a dialogare fossero i media di quegli anni, le voci alla radio e le immagini al cinema.

Dato ancora il ricchissimo materiale, sia in termini qualitativi che quantitativi, a disposizione di Istituto Luce Cinecittà e alla volontà di chiudere un cerchio sugli effetti che le scelte dei giovani degli anni ’50 hanno avuto sull’Italia, Della Casa e Ronchini non escludono la possibilità, in un loro prossimo lavoro, di parlare di cosa abbiano rappresentato per il Paese gli anni ’70. E noi siamo ansiosi di scoprire le immagini che i due autori vorranno regalarci.

di Joana Fresu de Azevedo