E’ morto l’ultimo imperatore. Cosi è stata salutata, dalla stampa e dai suoi amici, la dipartita di Bernardo Bertolucci con chiaro riferimento al film da lui diretto  nel 1987, che gli valse ben 9 Oscar tra cui quello per la miglior regia, unico italiano a conquistarla in tutta la storia dell’ambito riconoscimento hollywoodiano. Un regista Bernardo Bertolucci che si è imposto come uno dei migliori del cinema italiano e come tra i più importanti del cinema mondiale con opere come, tanto per citarne alcuni, Il conformista (1970), L’ultimo imperatore, appunto, Il tè nel deserto (1990), Il piccolo Buddha (1993), The Dreamers (2003). La notorietà la ebbe con Ultimo tango a Parigi (1972), film che diede scandalo e che fu  condannato al rogo.

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Bernardo Bertolucci, Jean-Luc Godard e Pier Paolo Pasolini

Si rivelò  nel mondo del cinema poco più ventenne,  quando esordì con La commare secca (1962) realizzato sotto le ali di Pier Paolo Pasolini. Ma il vero esordio, in effetti, è con Prima della rivoluzione (1964) dove racconta le vicende umane di un giovane  parmense che vuole dedicarsi all’impegno politico abbandonando il suo ambiente sociale nel quale poi rientrerà perché incapace di sfuggire al suo destino di borghese. Un’opera legata al suo mondo, quello della bassa padana, con scene girate anche sul Po, cosi come lo è il film successivo, cioè Strategia del ragno (1969) liberamente ispirato al racconto Tema del traditore e dell’eroe di Jorge Luis Borges. Il protagonista è Athos Magnani (Giulio Brogi) che arriva a Tara, a trent’anni dalla morte del padre ucciso dai fascisti nel 1936, con l’intento di scoprire la verità. E scopre che il padre era morto non come si diceva in seguito ad un attentato da lui organizzato contro Mussolini ma per essersi fatto uccidere dagli amici per dare un martire alla lotta contro il fascismo. Vorrebbe raccontare a tutti  la  verità , ma si convince che è meglio tacere e proseguire la lotta antifascista del padre.  Un tema politico, anch’esso, che Bertolucci poi prosegue anche in Novecento (1976) , grande affresco storico ambientato nella Bassa emiliana, per raccontare la storia di un popolo , quello dei contadini padani. Un film  che giustamente è stato ricordato in questi giorni della sua scomparsa, mentre poca attenzione è stata data agli altri due film citati che, a nostro avviso, restano fondamentali per la crescita di un autore che può essere considerato un grande narratore cinematografico della provincia e del lontano Oriente.

di Paolo Micalizzi