Capita sempre più spesso che il cinema italiano si accorga di quanti meravigliosi autori il comparto del cortometraggio sia in grado di dare, permettendo loro di arrivare a presentare anche in importanti festival generalisti i propri lungometraggi.

E’ quello che è successo anche a Duccio Chiarini, che Sedicicorto ha avuto in selezione sia nel 2006 che nel 2008, rispettivamente con Dopodomani e Lo zio. E che ora, dopo aver vinto il Premio Boccalino D’Oro al Miglior Film al Locarno Festival, porta a Torino Film Festival 36 il suo secondo lungometraggio: L’Ospite.

Guido (Daniele Parisi) è il tipico 35enne italiano: ricercatore precario, con un saggio su Palomar di Calvino a cui continua a rimettere mano da due anni perché per la sua ricercatrice non è ancora giunto il momento giusto per pubblicarlo e che per poter ottenere il tanto ambito assegno di ricerca deve sperare di riuscire ad offrire un’ottima parmigiana alla commissione esaminatrice nel corso di un convegno in cui sarà lui a doversi occupare del catering; una relazione che credeva stabile con Chiara (Silvia D’Amico), che entra in crisi davanti al sospetto di una gravidanza e che genera nella donna un momento di profonda confusione, tanto da chiedersi “Ma noi siamo felici o solo ok?”; un cordone mai realmente abbandonato con i genitori (bravissimi gli attori Milvia Marigliano e Sergio Pierattini, capaci di portare nel film le ansie e preoccupazioni di chi ha allevato la generazione precaria dei protagonisti principali), a cui ancora si rivolge, come atto di riconoscenza nei loro confronti, per garantirsi nel cassetto le mutande del mercato e nel freezer i sughi che la madre ancora gli prepara.

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Preso dall’egocentrismo e egoismo che caratterizza la sua generazione, agli occhi di Guido tutti ottengono qualcosa, tutti sbagliano, tutti sono confusi: lui no. Lui sa esattamente dove far andare la sua vita, pur non riuscendoci davvero mai. Lui non commette errori, tanto da, di fronte anche alla donna della sua vita che lo sta lasciando,  non vedere in sé nessuna responsabilità e portando il fulcro delle colpe sulla confusione di lei, sul suo non essere soddisfatta della sua vita (le dice “A me il nostro divano piace, sei tu che vuoi cambiarlo“), portando come unico dubbio il fatto che lei possa tradirlo. Per Guido tutti i suoi amici, nonostante abbiano professioni o relazioni sentimentali più o meno consolidate, sono ancora immaturi, incapaci di adattarsi alla loro condizione di prossimi quarantenni. I suoi genitori vivono nel passato, non possono capire la sua condizione, ma poi, nel suo delirio ipocondriaco scambia il suo stress per un problema cardiaco e non si rende conto della grave malattia che sta colpendo il padre.

In realtà, al pari di tutti gli altri protagonisti della storia, nella e per la società anche Guido è solo L’ospite. Quello sgradito. Quello che viene lasciato ai margini. Quello che deve passare da un divano all’altro (metafora che si ripete, incisiva come il rosso del suo tessuto) per trovare uno spazio in cui stare e potersi esprimere. Il raggiungimento della consapevolezza di questa sua condizione di ospite sgradito lo porterà anche a comprendere che la corsa al futuro, il suo non guardare al passato perché troppo concentrato sul bisogno di crescere, gli sta facendo perdere il controllo sul suo essere e sulla sua vita. E che “Non si può lasciare tutto indietro“.

Duccio Chiarini riporta sullo schermo, dopo la loro interpretazione in Orecchie di Alessandro Aronadio, la coppia Parisi/D’Amico, che anche qui dimostra intesa perfetta in termini di tempi, sguardi, espressività. Ottima la scelta degli attori comprimari (sfidiamo una mamma trentacinquenne a non immedesimarsi nella Lucia di Anna Bellato o un giovane quarantenne a non aver vissuto lo stesso trasporto sentimentale del Dario di Daniele Natali), ognuno di loro perfetta rappresentazione dei tanti volti della generazione rappresentata in L’Ospite. Da rilevare anche, ad ulteriore conferma di quanto il film sia inserito alla perfezione nel contesto generazionale che racconta, il fatto che la colonna sonora sia curata da un musicista attento come Brunori Sas, protagonista anche di una bellissima scena in cui lo vediamo al pianoforte cantare un inedito appositamente scritto per il film.

Una commedia che assume spesso i caratteri di denuncia sociale e che porta lo spettatore ad chiedersi quale futuro il paese possa avere se continua a lasciare indietro questi ragazzi.

di Joana Fresu de Azevedo