1988. Campagna democratica per le presidenziali americane. Il senatore del Colorado Gary Hart ha 12 punti di vantaggio sul suo competitor Michael Dukakis. I suoi comizi sono incentrati sulle tre ‘E’: etics, economy, environment  (etica, economia, ambiente). Forte il suo impegno per le questioni sociali, legate al mondo del lavoro come a quello dell’attenzione al futuro dei giovani.

Al suo fianco, un appassionato staff di volontari. Alcuni di loro lo seguono sin dai suoi esordi politici. Altri entrano con entusiamo nei suoi comitati elettorali, convinti che quella che Hart stia seguendo sia la strada giusta verso cui indirizzare il paese nel post elettorale, con la Guerra Fredda che inizia proprio in quegli anni a mostrare i primi segni di disgelo.

Il regista Jason Reitman (lo stesso Juno Tra le nuvole, entrambi commedie sociali ben note al grande pubblico) guarda al panorama politico con sguardo analitico, al limite del documentaristico. Diverse le immagini originali prese dai network e all news dell’epoca. Esagerato il frequente rimando ad anedotti, al limite del gossip, sui principali personaggi protagonisti politici di quegli anni, non sempre strumentale alla necessità di far conoscere il contesto storico-politico in cui la vicenda di Hart si svolge.

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Hugh Jackman (Gary Hart) e Jason Reitman (regista di The Front Runner)

Ma il focus narrativo in The Front Man – Il vizio del potere, film che ha aperto il trentaseiesimo Torino Film Festival, non sta tanto nello scandalo sessuale che ha portato il senatore democratico a ritirare la sua candidatura, aprendo di fatto la strada all’era di George Bush Sr alla casa bianca. Quanto piuttosto l’aspra critica che si vuole indirizzare alla stampa e alla sua deriva verso un giornalismo improntato più al voyeurismo tendente al gossip e al gettare lo scandalo in copertina che all’inchiesta e approfondimento.

È il Miami Herald, con metodi poco consoni e senza iniziale approfondimento della notizia, a parlare per primo della presunta relazione tra il senatore Hart e la giovane modella che aspirava a diventare una delle volontarie della sua campagna. Gli altri giornali rincorrono le vendite, con quasi parziale disinteresse sia verso l’approfondimento dei fatti che su quale debba essere il giusto peso da dare alla vicenda rispetto alle importanti tematiche messe in campo durante la campagna elettorale.

Ogni lancio di stampa, ogni servizio televisivo o dei talk show diventa una notizia della domenica, di quelle che si danno per intrattenere il lettore piuttosto che informarlo. Si segue la morbosità del lettore, non la sua necessità di essere un elettore informato.

La critica che Reitman fa al sistema è chiara. Peccato che il tutto arrivi con una scrittura che appare farraginosa e incompleta, essa stessa esageratamente attenta ai dettagli scabrosi della vicenda piuttosto che all’approfondimento delle conseguenze che una tale deviazione nei valori giornalistici della stampa americana abbia portato nella quotidianità politica del paese.

Hugh Jackman, costretto in camicie troppo strette per il suo fisico molto Wolverine, ma decisamente poco Hart, colpisce a livello recitativo più per il fatto di risultare credibile nonostante il precariamente incollato parrucchino che indossa che per la sua capacità di entrare nel personaggio che interpreta. Il fatto di essere accompagnato da una pletora spesso indefinita di personaggi comprimari, nessuno dei quali veramente in grado di spiccare  (seppur degna di qualche considerazione risulta essere l’interpretazione di Molly Ephraim nel ruolo di una assistente della campagna del senatore), di certo non aiuta a rendere il lavoro facile ad un attore che è  supereroe solo nella finzione dei film della Marvel.

Restando fiduciosi che i tanti bellissimi titoli presenti nel catalogo 2018 del Torino Film Festival sapranno conquistarci maggiormente di quanto non abbia fatto The Front Runner, ci consoliamo con un bicerin prima di tornare in sala.

di Joana Fresu de Azevedo