Film con un dialogo ridotto all’essenziale, “Yuva”, in sezione Biennale College Cinema a Venezia 75, è diretto dal regista turco Emre Yeksan.
Per oltre due ore la pellicola è animata dai suoni della natura e il cinguettio con il quale parte il film è il miglior incipit possibile.

Lo scenario è primitivo, come ha scelto di esserlo il protagonista, Veysel, che volontariamente si è allontanato dalla civiltà per vivere in sintonia con i ritmi naturali, in compagnia della sua lupa. Allo stesso tempo però Veysel si è allontato anche dalla famiglia, che – si avverte – non ha mai accettato la sua scelta.
A pensarci bene, forse il vero protagonista non è lui, ma il fratello minore Hasan, che giunge in terra selvaggia per riportarlo a casa. Sarà lui ad avvertire il cambiamento maggiore, perché sembrerà interiorizzare la scelta del fratello. Dopo un primo incontro/scontro corpo a corpo, tra i due si instaura infatti brevemente una rinnovata sintonia.
Il giovane è ancorato al presente, alle comunicazioni via cellulare, alla vita nella contemporaneità. Il fratello maggiore parla pochissimo, comunica con gli animali della foresta, che gli rispondono, tramite versi e non ha alcuna intenzione di seguire Hasan, accorso dopo aver saputo che la riserva naturale dove vive Veysel è in pericolo da quando è stata venduta a speculatori.
Per tutto il film è sotteso un presagio: che
siano i trafficanti in agguato? che sia la natura madre e matrigna? che sia il sentimento umano, in perenne conflitto o equilibrio tra krónos e kairós? Ciascuno può scegliere.
Certo è che il regista è riuscito, anche tramite una natura a tratti lussureggiante a tratti ostile, a tenere lo spettatore con il fiato corto.
Il film prosegue nel peggiore dei modi con il sacrificio di entrambi i fratelli, ma quella sintonia tra i due protagonisti, percepita durante le due ore di visione, riesplode inaspettatamente sul finale riscattando la brutalità degli eventi

 

di Daniela Montanari