Cosa ne pensa il Critico Francesco Saverio Marzaduri (Carte di Cinema, Cineforum, K16) dei cortometraggi in selezione alla prima edizione di Italia Film Fedic.

Elaborazione di una madre. In Un’ora sola ti vorrei Alina Marazzi condensava il ricordo della madre scomparsa nell’arco temporale indicato dal titolo, attraverso la proiezione di home movies che conferivano margine a un’esistenza e un legame troppo presto interrotti. Qui, viceversa, Edoardo Pappi preferisce concentrarsi sul tragico lutto che colpisce una famiglia, insistendo poi sul suo superamento attraverso un linguaggio tra l’icastico e l’allegorico. La quasi assenza di suono sottolinea l’inatteso dramma senza intaccare lo sguardo, innocente, di chi recepisce come un gioco. L’epilogo cede il posto alla speranza, benché la cifra postmoderna sia ricalcata, con evidenza, su modelli à la Malick.
Le indagini del commissario Panizza – Il prete.Si è perso il conto, e da un pezzo, delle serie tv e cinematografiche incentrate sui tutori della legge. Nella descrizione del personaggio principale, che arriva buon ultimo nel folto campionario tipologico, lesordiente Giorgio Bertuccioli svolge un diligente compitino paratelevisivo focalizzandone la quotidianità, il milieupubblico (la metodicità nel lavoro) e la sfera privata (l’inatteso riallacciare con una conquista del passato). Al centro un’indagine psicologica d’impostazione classica, che annovera la Chiesa, il nazismo e la Storia, che si conclude con la brillante deduzione del commissario, in perfetta ortodossia canonica. Divertenti, benché non originalissimi, i bloopers sui titoli di coda.
Mon Amour. Quando una bella ragazza abbigliata di giallo apre un misterioso cofano, non si scappa, siamo in pieno Tarantino. Effettivamente, nei suoi cinque minuti di durata, Mon Amour non fatica a dispensare un sano black humour nella resa scenica d’una vendetta coniugale, compiuta in modo molto inusuale dalla citata protagonista, stufa d’un marito fatuo ed ottuso e dei suoi egoismi. Il prodotto è una celia dove l’esagerazione è l’ingrediente di punta, e tuttavia, se si esclude la recitazione amatoriale, si può anche stare al gioco.
Il ballo. La danza come terapia individuale per non sentirsi démodé e imboccare eventualmente il giusto binario per scoprire sé stessi. Attraverso una cinecamera statica e inquadrature fisse, il bolognese Luca Zambianchi – già all’attivo nel cortometraggio con Lo spettatore, incentrato sulle sale cinematografiche – prosegue nel proprio personale discorso sul tempo, le sue regole e chi si trova in difficoltà ad adeguarvisi. Ne sa qualcosa il trentacinquenne Enrico, timido e complessato figlio dei giorni nostri, che dopo una serie di dubbi e tentennamenti realizza il piacere del ballo, come liberatoria espressione svincolata dai preconcetti. Anche in questo prodotto lo spunto non è nuovo, s’è vero che la danza era un feticcio morettiano (Caro diario, ma pure l’epilogo de La messa è finita); ma la figurina impersonata da Michele Di Giacomo, sospesa fra tic e incertezze, è indovinata.
La forma delle nuvole. I torinesi Brunella Audello e Vittorio Dabbene mostrano di ricordare la lezione della fantascienza metafisica, raccontando il bizzarro apologo di un giovane impiegato in un’agenzia turistica, che per strane combinazioni si ritrova a mettere in dubbio la propria esistenza. Nessuno lo riconosce più: il padre, la fidanzata, i colleghi di lavoro. L’unica disposta ad aiutarlo è una graziosa sconosciuta, dialogando con la quale ritorna inaspettatamente al consueto trantran. La risposta, forse, sta nella transitorietà delle nuvole che il giovanotto rimira seduto su una panchina, il cui demiurgico potere risiede nel capovolgere il Destino di ognuno: dopotutto, non siamo anche noi nuvole passeggere? Carina la resa scenica che coglie discretamente il senso d’un disagio collettivo attraverso lo sbigottimento dell’interprete principale, Omar Ramero.
Passaparola. Il tradizionale gioco del telefono senza fili, in una sezione scolastica, diventa spunto per un piccolo, semplice monito di denuncia. L’espressione “Sono un terrorista”, pronunciata dall’occasionale smorfiosa e via via dagli altri compagni, muta completamente quando il penultimo bambino la riformula e l’ultimo, un musulmano d’origine magrebina, la declama di fronte a tutti traslata in “Sono bello”. Il bimbo, poi, crede che la prima della fila voglia dichiarargli il suo amore, e corre a darle un bacio sulla guancia. L’operina è dichiaratamente didascalica, ma il messaggio didattico che si prefigge, avverso a qualsiasi diffamatorio presupposto, arriva onesto allo scopo: l’autore Andrea Testini confeziona cinque minuti di riflessione, aiutando a capire come pochi gesti siano bastevoli per favorire l’integrazione e comprendersi a vicenda. Dunque, a migliorare il mondo.
La cattedrale sul mare. “Il Comune eroga (pochi) soldi per incentivare le attività culturali, ma a volte ci mette i bastoni tra le ruote” – dichiara Giuseppe Mallozzi, uno degli autori – “ovviamente il problema non è solo nostro, ma anche delle altre associazioni del territorio. Quest’anno siamo alle prese con una fideiussione che ci metterà in difficoltà, senza contare che, perlomeno, potrebbe tener meglio il patrimonio artistico.” Prodotto dall’associazione culturale “Il sogno di Ulisse” col patrocinio del comune di Minturno (Latina), La cattedrale sul mare è un mini-documentario sull’ex fabbrica di laterizi “Sieci” di Scauri, che in una decina di minuti, attraverso le testimonianze dirette di alcuni operai, alternate a scorgi paesaggistici e istantanee d’epoca tratte dall’archivio di Mario Lepore, offre un esaustivo affresco sul patrimonio di archeologia industriale ed economia del territorio. Peccato, però, che lo stretto idioma degli intervistati non sia supportato da traduzione.

The Ancient Child. Il cortometraggio firmato da Fabrizio Polpettini s’ispira alla nota leggenda sulla nascita del filosofo-scrittore cinese Lao Tse, che vuole il fondatore del taoismo (il cui nome sta per “vecchio maestro” o “vecchio bambino”) concepito da una vergine che contemplava una stella cadente. Il bimbo sarebbe rimasto nel grembo materno per ottantun anni prima di nascere già saggio, vecchio, barbuto e con timbro vocale adulto. In circa un quarto d’ora, il film segue l’ultima fase della gravidanza e la nascita del piccolo, prima di spostare l’attenzione sul misterioso viaggio della famiglia a dorso di un asino e sul percorso ascetico dell’Illuminato. Polpettini mostra rispettosa cura verso la materia trattata, serbando iconografia e affinità col materiale cristiano sulla Sacra Famiglia e mantenendo, fino in fondo, quel senso del mistico che in modelli antecedenti era fulcro della dissertazione. Il vero obiettivo, però, è ricostruire l’irrappresentabile, l’immanenza del mito attraverso il distacco del bimbo dai genitori, lasciando che il mistero della Fede, suggellato dagli sguardi di questi ultimi nel fotogramma finale, segua il suo corso.

Sasòl – Memorie e progetti per un mondo nuovo. Realizzato da Claudio Tedaldi, insieme ai ragazzi della scuola secondaria “Francesco Ruini” di Sassuolo (esecutori, inoltre, della colonna musicale), questo cortometraggio è scandito dalle loro voci che narrano l’apologo dell’immaginario paese del titolo. La tecnica d’animazione dello stop-motion fa il resto e scinde l’operazione, sospesa tra storia e fantasia, in due metà: il viaggio intergalattico di una navicella che trasporta un gruppo eterogeneo, vede un alieno, un nero, un cinese, un non vedente e una disabile quali potenziali esempi d’una flotta mista e solidale; l’itinerario spaziale si fa allegoria di vita, ma anche ideale ricerca di possibili mondi migliori. Le potenzialità dell’animazione nei sentieri dell’inclusione, della malattia, della disabilità trovano il giusto equilibrio in un piacevole mix di creatività, serietà e allegria.