Trent’anni di vita del pittore tedesco Kurt Barnert (Tom Schilling), dalla caduta del nazismo al clima di libertà artistica degli anni sessanta, passando per il freddo blocco dell’Est, si intersecano con la storia del ginecologo nazista Carl Seeband (un Sebastian Koch terribile e in stato di grazia), capace di sopravvivere passando da un regime all’altro e di tormentare la vita di Barnert per molto tempo dopo la caduta del nazionalsocialismo.
Non è facile descrivere Opera senza autore di Florian Henckel Von Donnersmark, che continua il viaggio intrapreso con Le vite degli altri nel raccontare la storia della Germania. Ma, se la prima grande opera (scusate il gioco di parole) verteva sulla libertá, qui il regista tedesco si concentra sulla colpa e sulla rielaborazione del passato (attraverso l’arte). Opera senza autore è un film fiume terribile e romantico, sentito e quadrato, capace di variare il tono passando dalla tragedia più atroce alla commedia leggera con una maestria assoluta. È un romanzo di formazione che parla di vita e morte, di amore e di arte.
A prima vista Von Donnersmark abbandona la confezione prettamente cinematografica (ben evidente sia nel primo film che in The Tourist) e si abbandona a cromatismi pastellati e televisivi. La fotografia non giova infatti al film, più ambizioso nei contenuti che nella forma, scritto meravigliosamente e diretto un po’ peggio. E anche la sceneggiatura, sempre a prima vista, può confondere a causa dei vari filoni narrativi che si intersecano e prendono uno il posto dell’altro (l’arte, l’amore, Seeband).
In realtà Opera è un film maturo e più complesso di quanto possa sembrare a un occhio pigro, capace di riflessioni non scontate sull’arte e la vita e in grado di regalare sequenze memorabili (la nota stonata, la creazione dell’opera di Barnert) e un sottotesto terribilmente doloroso sempre pronto ad esplodere. È un film a cui si possono perdonare sbavature anche pesanti perché ha un cuore, che ha bisogno di essere sentito prima di essere visto.

Di Edoardo Saccone