Ieri sera, 1 settembre, alle 20.30, presso l’Auditorium S. M. Elisabetta al Lido, si è svolta la première assoluta di Rwanda, un progetto nato da uno spettacolo teatrale e che grazie alla tenacia di un compatto e risoluto gruppo di lavoro, è diventato un piccolo grande film, supportato da un territorio, quello del Comune di Forlì, e dai suoi abitanti, che lo hanno sostenuto attivamente attraverso una straordinaria campagna di crowdfunding, diventata un vero e proprio case history della piattaforma specializzata Produzioni dal Basso.
Un lungo viaggio che porta adesso film e cast a Venezia, grazie anche al supporto costante di Sedicicorto International Film Festival e FEDIC, grazie al supporto del critico cinematografico Paolo Micalizzi, chiamato a salire sul palco come tributo da parte del cast per il suo sostegno e che ha portato i saluti del Presidente, ha dichiarato di aver subito riscontrato il carattere innovativo che Rwanda potrebbe dare nel panorama cinematografico attuale.
Sul palco è salito anche l’Assessore alla Cultura della Regione Emilia-Romagna, Massimo Mezzetti, che ha voluto portare il suo saluto ai quattro autori del film, giudicato come un prodotto cinematografico capace di valorizzare non solo le risorse e il potenziale cinematografico del territorio regionale, ma anche, soprattutto in tempi come quello attuale, di veicolare messaggi importanti come il necessario spirito di comunità e solidarietà verso l’altro. Nel corso di questo momento della serata, dal palco è stata ringraziata anche la Film Commission, che nelle scorse settimane ha avuto un importante ruolo di sostegno nella promozione di questo evento.

Le 3 proiezioni inizialmente previste (la prima di sabato e le due programmate per la giornata di domenica 2 settembre, sono andate in soldout in pochissime ore, tanto da portare gli organizzatori a dover inserire due ulteriori proiezioni nella giornata di lunedì 3 settembre, alle 11:00 e alle 17:30, tutte in collaborazione con le Giornate degli Autori.

Massimo Gardini, direttore della fotografia di Rwanda e produttore esecutivo con la sua Horizon Srl del film, racconta com’è nato il film. “Pochi anni fa eravamo solo 4 amici al bar che volevano cambiare il mondo, il loro, nella speranza di lasciare un piccolo segno nel panorama cinematografico e a settembre saremo a Venezia. Abbiamo raggiunto il primo significativo obbiettivo che ci eravamo posti perché Venezia è sempre stato, senza ombra di dubbio, il miglior punto di partenza affinché Rwanda giungesse al grande pubblico. si affermasse come un progetto di valore e potesse divenire il primo di una collana di film che trattano tematiche in grado di sensibilizzare le persone sui grandi errori dell’umanità”.

Rwanda nasce da uno spettacolo teatrale portato in scena da due di questi quattro amici. Marco Cortesi, sceneggiatore e attore anche per la versione cinematografica, ha provato trepidazione e entusiasmo alla notizia data dalla presentazione di Rwanda nella prestigiosa cornice veneziana. “Venezia” è una parola che mette i brividi perché significa regalare a questo film la premiere più prestigiosa che mai potessimo desiderare. “Rwanda” ha rappresentato una delle sfide più ardue della mia carriera. La lista di problemi, contrattempi e incidenti di percorso è infinita… Sembra che in molti occasioni qualunque cosa potesse andare storto, abbia davvero preso il verso sbagliato, ma rimboccandoci le maniche, con tenacia, siamo sempre riusciti ad invertire la torra sfidando le vicissitudini e trasformandole in opportunità Ed ora Venezia…”

Un film che racconta una storia vera, ambientata durante il tragico genocidio della popolazione Tutsi in Rwanda, nella primavera del 1994. Una vicenda spesso sconosciuta, che il film si prefigge di analizzare attraverso gli occhi dei suoi protagonisti. Mara Moschini, che ha diviso prima il palco e poi lo schermo con Cortesi, evidenzia la volontà del gruppo di valorizzare l’impegno sociale con cui hanno proceduto alla lavorazione delle varie fasi del film (ad esempio, coinvolgendo 480 persone provenienti da 24 paesi africani, spesso immigrati o rifugiati, tra le comparse) e parlando dell’arrivo di Rwanda a Venezia, ha dichiarato: “Essere presenti al Festival di Venezia è un grande abbraccio di gratificazione per tutte le persone che hanno partecipato alla realizzazione del film con infinita passione e dedizione. È la conferma che l’impegno per la promozione dei diritti umani conserva un’importanza vitale condivisa dalla collettività. Questo ci spinge a proseguire con instancabile coraggio nelle nostre scelte”.

A guidarli dietro la macchina da presa il regista Riccardo Salvetti, con Rwanda al suo esordio cinematografico in un lungometraggio: Questo film l’ho osservato, per quasi mille volte, con sguardo critico per ottenere il meglio, ma riusciva sempre e comunque ad emozionarmi anche sapendo ogni secondo a memoria. Adesso finalmente queste emozioni potranno essere vissute dal pubblico, e spero che Venezia sia la prima di tante vetrine importanti. Sono stati anni dove io e Rwanda ci siamo accompagnati senza tregua, e mentre cercavo di far crescere il film spesso mi accorgevo che forse era il film a far crescere me.

Nato da una campagna di crowdfunding e dallo sforzo produttivo della Horizon, il piccolo budget a disposizione non sarebbe stato sufficiente per permettere le riprese nell’infinito altopiano rwandese. Come racconta Gardini: “Un gruppo di esperti (profondi conoscitori delle geografie locali e un botanico specializzato in flora tropicale) si sono messi all’opera analizzando decine di location possibili. Di nuovo il Destino si sarebbe dimostrato dalla nostra parte. Una delle location più adatte era infatti nella zone di Ronco, a Forlì. Numerosi piccoli e grandi specchi d’acqua, alcuni stagnanti, una vegetazione a volte del tutto selvaggia e immacolata, un terreno argilloso con zone di sabbia. Avevamo in sostanza trovato un piccolo angolo di Rwanda dentro i confini della nostra città. L’illusione era perfetta. Così perfetta da confondere anche un rwandese. Spiegargli poi che quel piccolo angolo d’Africa si trovava a circa 5200Km di distanza fu un’altra storia”.

I quattro cineasti forlivesi hanno avuto una cura maniacali per i dettagli e anche per quanto riguarda il make-up il team di esperti truccatori per rendere le immagini credibili con quelle della tragedia rwandese avrebbe dovuto mostrare mutilazioni, ferite di armi da taglio e molto sangue. Racconta il regista Salvetti: “Ogni singola comparsa veniva sottoposta ad un vero e proprio trattamento che prevedeva molteplici fasi successive in una sorta di catena di montaggio. La prima fase consisteva nella creazione di ferite e mutilazioni. Si tratta di un processo complesso e decisamente lungo: attraverso lattice ed altri materiali speciali, le ferite vengono ricreate ad hoc e incollate alla pelle dell’attore. A questa fase segue quella del trucco specializzato che mira a ricostruire contusioni, pelle esposta, bruciature. Le competenze non sono quindi solo artistiche ma anche anatomiche e mediche:ferite e contusioni devono essere ricostruite in maniera fedele e credibile. Segue poi l’ultima fase dove l’attore viene volutamente sporcato: polvere, macchie si sangue e sudore”.

Di Joana Fresu de Azevedo