7 giorni in 100 minuti. Sulla mia pelle, film di apertura di Orizzonti 2018, grida la sua richiesta di comprensione e immedesimazione già dal titolo. Quella che il regista Alessio Cremonini cerca di raccontare è la settimana che intercorre tra l’arresto di Stefano Cucchi e la sua morte.

Come leggiamo nelle note di regia consegnate durante la conferenza stampa:
Quando Stefano Cucchi muore nelle prime ore del 22 ottobre 2009, è il decesso in carcere numero 148.
Al 31dicembre dello stesso anno, la cifra raggiungerà l’incredibile quota di 176: in due mesi trenta morti in più.
Nei sette giorni che vanno dall’arresto alla morte, Stefano Cucchi viene a contatto con 140 persone fra carabinieri, giudici, agenti di polizia penitenziaria, medici, infermieri e in pochi, pochissimi, hanno intuito il dramma che stava vivendo. È la potenza di queste cifre, il totale dei morti in carcere e quello del personale incontrato da Stefano durante la detenzione che mi ha spinto a raccontare la sua storia: sono numeri che fanno impressione, perché quei numeri sono persone.
Stefano Cucchi qui non è un numero. È un ragazzo di 31 anni, raccontato senza nascondere il suo passato da tossicodipendente e mostrandocelo nelle sue debolezze. Un giovane come tanti di quelli che popolano le nostre città, che una sera di ottobre, a seguito di una perquisizione di una volante dei carabinieri, viene trovato in possesso di hashish e cocaina (reato che, per uso personale, ammetterà di aver commesso di fronte al giudice) e tratto in caserma con l’accusa di spaccio (reato di cui fermamente rifiuterà di farsi carico). Stefano era un uomo che, nonostante dopo il percorso di riabilitazione in comunità ormai vivesse solo, ogni giorno andava a trovare i genitori, si preoccupava per i nipoti, cercava di mantenere vivo il rapporto con la sorella Ilaria. Stefano era un cittadino morto sotto la custodia carceraria dello Stato italiano.
La volontà di non voler dimenticare questa penosa vicenda della storia recente del nostro paese, portandola ad esempio per una più strutturale critica al sistema coercitivo e carcerario italiano è alla base di Sulla mia pelle. Non si nascondono le percosse subite da Cucchi per mano dei carabinieri che per primi lo hanno avuto in custodia. Quei lividi sulla pelle di Stefano/Borghi sono ben visibili per tutta la durata del film. Di fronte all’ennesimo tentativo del protagonista di nascondere la gravità dei fatti riportando una generica caduta dalle scale, un agente penitenziario del carcere di Regina Coeli gli chiede Quando smetterete di raccontare sta storia delle scale, Stefano risponde Quando smetteranno di menarci . Perché in questo film Cremonini vuole dare voce a tutti i Cucchi d’Italia, vuole che di loro non si smetta di parlare, ma che possano piuttosto smettere di ‘cadere dalle scale’.
Orizzonti dimostra coraggio nello scegliere Sulla mia pelle come film di apertura, anche per il fatto che si tratta di una produzione Netflix, lasciata invece completamente fuori dai giochi dalla passata edizione del Festival di Cannes.
Questo tipo di produzione permetterà a Alessio Cremonini di vedere il suo film in contemporanea sia nelle sale italiane che su piccolo schermo (mobile o non che sia), raggiungendo una distribuzione in circa 190 paesi. Una diffusione che emoziona il regista, che non nega che tutto il cast abbia collaborato e creduto realmente nella buona riuscita del film.

Impossibile non sottolineare la magistrale interpretazione di Alessandro Borghi nel ruolo di Stefano Cucchi, definita dal Direttore Artistico della Mostra, Alberto Barbera come

[…] una di quelle a cui ci hanno abituato certi attori americani, capaci di calarsi completamente nel personaggio e di portare sulle proprie spalle tutto il significato e il peso di un film. Un’impresa difficilissima nonché rischiosissima. Il risultato, lo vedrete, è impressionante.
Borghi riesce a fare proprie le movenze di Cucchi, il suo modo di parlare (tanto da rendere la sua voce quasi non distinguibile da quella originale che abbiamo modo di ascoltare sui titoli di coda), la sua sofferenza con il sopraggiungere del dolore che si trasformerà in agonia, le sue ansie. L’immedesimazione tra attore e personaggio risulta perfetta in Sulla mia pelle, tanto che Ilaria Cucchi (la sorella di Stefano, tuttora portavoce della famiglia nella lotta di verità e giustizia per il fratello), dopo la visione del film, ha detto all’attore non so come tu abbia fatto, ma sei uguale a mio fratello.
Dopo essere stato maestro di cerimonie della scorsa edizione, Alessandro Borghi regala a Venezia75 un personaggio la cui storia sicuramente potrebbe risultare scomoda, ma lo fa con la fierezza e consapevolezza che Sulla mia pelle sia un esperimento importante per il paese, sia per quanto riguarda la sensibilizzazione del pubblico che (dato il ruolo di Netflix nel film) per gli esercenti.
Da rilevare anche anche la performance attoriale di Max Tortora, che siamo (erroneamente) abituati a vedere in ruoli tra il comico e il grottesco e che qui, invece, riesce a dimostrare la sua bravura vestendo i panni del geometra Giovanni Cucchi, padre di Stefano. Tortora non fa sconti al suo personaggio, lo presenta come se fosse indeciso tra il credere al figlio o arrendersi all’idea di non poterlo più salvare, ma lascia trasparire l’amore che questo padre aveva nei confronti di Stefano, il suo essere sempre e comunque volenteroso di sostenerlo  (suo l’unico abbraccio che vediamo ricevere da Stefano/Borghi.
Resta però il fatto che, nonostante l’uso (eccessivo) di didascalie per descrivere i luoghi e gli orari che maggiormente hanno caratterizzato l’ultima settimana di vita di Cucchi, Sulla mia pelle non è una docu-fiction (anzi, in conferenza stampa il regista Alessio Cremonini ha sottolineato come nelle sue intenzioni in film non volesse assolutamente esserlo), in diversi momenti il film perda di capacità narrativa, confondendo realtà e finzione in un modo che rischia di confondere lo spettatore. Forse una storia coraggiosa che non ha avuto la forza di infondere lo stesso coraggio a questo progetto Netflix.
Non all’altezza del ruolo risulta Jasmine Trinca, in Sulla mia pelle chiamata a interpretare il ruolo di Ilaria Cucchi, ma senza essere in grado di portarne sullo schermo la grinta e la determinazione che la caratterizzano. Ilaria/Trinca risulta algida, insofferente agli errori del fratello, lontana da quell’empatia verso Stefano che il film si prefigge di ottenere, ma che l’attrice non riesce a far trasparire.
La storia di Cucchi andava raccontata. Non si potevano continuare a nascondere l’agonia di Stefano e le colpe di chi doveva ma non lo ha protetto. E la diffusione così ampia di cui questo film potrà godere ci porta a credere che difficilmente sarà possibile continuare a nascondere i fatti di questa tremenda pagina di cronaca giudiziaria del nostro paese. E, di conseguenza, ben vengano film come Sulla mia pelle. Ma resta allo spettatore la sensazione che si potesse dare di più. Che Stefano meritasse di più da questo film.
Di Joana Fresu de Azevedo