Colonia Roma è un quartiere residenziale di Città del Messico, fatto di viali alberati e deliziose casette indipendenti, popolato soprattutto dalla media borghesia cittadina. ROMA è il film con cui Alfonso Cuarón cerca di attingere al suo passato vissuto in quel quartiere, alle donne che lo hanno allevato e ai suoi ricordi di giovane messicano che cresce nei tumultuosi anni ’70 in Messico.

Dopo Sulla mia pelle sulla vicenda di Stefano Cucchi (qui la nostra recensione), un’altra produzione Netflix sbarca al Lido, in concorso a Venezia75. Come ha avuto modo di dichiarare al Corriere del Veneto il Direttore Artistico della Mostra, Alberto Barbera, parlando della scelta di inserire 6 film della piattaforma online:
Greenaway è vent’anni che dice che il cinema è morto… Vabbè… In realtà il cinema si sta trasformando, ma è un processo naturale. Qualsiasi forma d’Arte, ha subito delle evoluzioni. Quello a cui stiamo assistendo oggi è un cambiamento velocissimo, che mette in discussione tutte le acquisizioni che il linguaggio cinematografico aveva consolidato nel corso del primo secolo di vita. I registi si sono resi conto che il pubblico è abituato alla serialità televisiva, a vedere anche di seguito più episodi di una serie. Anche registi che continuano a fare cinema tradizionale aspirano ad avere un po’ più di tempo e spazio per dare profondità ai loro racconti. Siamo davvero in un momento di grande trasformazione ed è compito di un festival intercettare il cambiamento.
E Cuarón, con il suo quasi autobiografico ROMA, questo cambiamento sembra averlo saputo intercettare in modo magistrale. Si prende il tempo necessario per poter raccontare tutti i risvolti della storia della domestica Cleo, sapendo che il nuovo pubblico a cui si rivolge non si farà spaventare dai 135 minuti di durata del suo film (che, in fondo, è quella di poco più di due episodi di una serie). Sa che lo spettatore di questa nuova era cinematografica è abituato alla sperimentazione, anzi la cerca. E cosa di più ‘innovativo’ ed evocativo della dimensione del ricordo si può proporre di un film completamente in bianco e nero in un’era di iper-digitalizzare che vive in technicolor, guardando alla realtà attraverso un filtro Instagram?
Poi il bianco e nero di ROMA è carico di sfumature. Quelle della forza delle donne raccontate nel film: una giovanissima domestica, che adora (ricambiata) i bambini della famiglia per cui lavora e trova in loro conforto dopo essere stata ingannata dal suo fidanzato e abbandonata nel momento di una drammatica perdita; la madre, costretta a mantenere l’equilibrio familiare e garantire la serenità ai propri figli; una nonna, simbolo del passato che torna, colei che vizia pur mantenendo l’ordine in casa.

Nella sua bicromia, è la storia stessa a regalare un colore al film di Cuarón: quello delle emozioni suscitate dalla trama; quello dell’immaginazione libera di spaziare grazie ai piani sequenza a cui il regista ci aveva già abituati con la sua precedente filmografia.

Riesce a commuovere ROMA con la potenza della sua storia e la capacità di Cuaròn di raccontare per immagini. Il pubblico di Venezia ringrazia per la possibilità data dai selezionatori della Mostra di vederlo in anteprima. Allo spettatore non festivaliero non resta che aspettare dicembre 2018, quando ROMA sarà proiettato nelle sale e disponibile su Netflix.
di Joana Fresu de Azevedo