Gene Wilder è stato una maschera comica dalle articolate sfaccettature, capace di passare dalla malinconia lunare degli esordi alla squinternata esagitazione nei ruoli che lo hanno consegnato alla memoria collettiva: manco a dirlo, quello del rampollo di casa Frankenstein in Frankenstein Junior di Mel Brooks e ancor prima, nella cronologia e nel ricordo dell’infanzia, quello di Willy Wonka, nel film di Mel Stuart tratto da un romanzo di Roald Dahl. Soprattutto in quest’ultimo, un Peter Pan riveduto da Edgar Allan Poe, l’attore conciliava Mary Poppins col Cappellaio Matto di carrolliano stampo, ostentando una follia freak che nemmeno Johnny Depp sarebbe riuscito a eguagliare.

Non si può scrivere di Gene Wilder senza ricordarne l’apprendistato d’interprete teatrale presso l’Old Vic, prima di far parte anch’egli, per un breve periodo, dell’Actors Studio: fin da subito la passione per la recitazione si sposa con un corpo minuto e un volto non avvenente e buffonesco, perfetti entrambi anche per caratterizzazioni drammatiche stemperate dall’ironia e dalla nevrosi di un piccolo uomo in lotta col mondo. Se l’ingresso di Wilder nel cinema avviene con Gangster Story di Arthur Penn, dov’è il tremebondo impresario di pompe funebri Eugene Grizzard, dopo Willy Wonka e prima dell’indimenticabile “Frankenstiiin” il personaggio più azzeccato che interpreta è quello del travet Stanley nel non facile adattamento del Rinoceronte di Ionesco. Qui, perdipiù, illustra quelle discendenze dalla tradizione yiddishche già gli erano servite nel primo lavoro girato con Brooks, Per favore, non toccate le vecchiette! (in cui il contabile da lui impersonato curiosamente si chiama Leo Bloom), e sarebbero tornate nella penultima fatica di Robert Aldrich, Scusi, dov’è il West?, in cui Wilder è uno sprovveduto rabbino inviato a San Francisco che si ritrova a vagare per il West à la Buster Keaton.
Tra i lavori degli esordi meno presi in considerazione c’è sicuramente Che fortuna avere una cugina nel Bronx, grottesca vicenda di un giovanotto irlandese che tira a campare raccogliendo sterco di cavallo per rivenderlo come concime, prima d’imbattersi in un’insolita eredità. È in questo film che l’evidente sottotraccia tragica della maschera wilderiana è impiegata da Woody Allen nell’esilarante, amarissimo segmento della pecora in Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso… ma non avete mai osato chiedere (per ammissione dell’autore, una parodia de Gli occhi che non sorrisero di Wyler). Ma anche se il nome di Gene Wilder è indissolubilmente legato a quello di Mel Brooks, sarebbe un errore non ricordare come l’origine del sodalizio che avrebbe concepito il miglior omaggio comico al genere horror – oltreché un attento studio fil(m)ologico del romanzo di Mary Shelley – in realtà fosse dovuto alla moglie del secondo: la Anne Bancroft con cui Wilder aveva recitato a teatro in Madre Coraggio e i suoi figli e che, durante la lavorazione di Per favore, non toccate le vecchiette!, convinse il marito a fare di Wilder la spalla dell’ex blacklisted Zero Mostel.
Il resto, a cavallo tra i decenni Settanta e Ottanta, appartiene al periodo più commerciale nella carriera dell’attore, e tuttavia, per dirla con Willy Wonka, “qualche sciocchezza di tanto in tanto aiuta l’uomo a vivere d’incanto”: il sodalizio con Richard Pryor, che comprende quattro film; le garbate, talvolta stanche parodie Il fratello più furbo di Sherlock Holmes, Il più grande amatore del mondo (in cui a esser preso di mira è Rodolfo Valentino) e Luna di miele stregata, che Wilder interpreta e dirige con un gusto dell’assurdo già sperimentato in Frankenstein Junior, benché meno fortunato al botteghino; e infine Wagons-lits con omicidi di Arthur Hiller o Hanky Panky – Fuga per due di Sidney Poitier, dove si rifà il verso a Hitchcock. È, però, col celebre La signora in rosso che Wilder indovina l’ultimo vero successo della carriera: nel rifacimento di Certi piccolissimi peccati di Yves Robert, l’attore ricalca fedelmente Jean Rochefort e resta indimenticabile il suo spalancare la bocca di fronte alla sottana rossa di Kelly LeBrock, alzata dall’aria di scarico di un parcheggio.
Gene Wilder se n’è andato due anni fa, in punta di piedi, dopo una lunga malattia. A chi è cresciuto nel mito dei citati Frankenstein Junior e Willy Wonka, non rimane che accettare il destino dei propri ricordi d’infanzia, o che il cinema è “pura immaginazione”. E magari ricordare quella maschera nell’epilogo di Mezzogiorno e mezzo di fuoco, altra nota collaborazione con Brooks, dove, rispondendo allo sceriffo Bart che dice di recarsi “in nessun posto speciale”, il pistolero Waco Kid laconico sospira: “Ho sempre desiderato andarci!”.
Di Francesco Saverio Marzaduri