Le note di Call me di Blondie ad accompagnare titoli di coda e prime immagini. Lo sguardo, profondo e malinconico, di Pippo Fava (attraverso gli occhi di Fabrizio Gifuni) che saluta il ritorno nella sua Sicilia.

Inizia così Prima che la notte, film per la regia di Daniele Vicari, per la prima volta dietro la macchina da presa per una fiction, ma che porta il suo cinema e il suo modo di interpretarlo in questa co-produzione Rai Fiction/IFF e produzione Lucisano Film.

1980. Giuseppe (Pippo) Fava torna a Catania dopo una lunga permanenza a Roma dove, da grande intellettuale quale era, si era dedicato oltre che al giornalismo, anche a progetti legati al teatro e al cinema, nonché ad approfondire il suo amore per la pittura. Con sé Fava riporta la sua passione per il mestiere di giornalista, visto come colui che non deve permettere a qualsivoglia potere (istituzionale come mafioso) di impedirgli di raccontare la realtà, senza sovrastrutture, senza mediazioni, che si tratti di un fatto di cronaca o di un articolo di colore.
Nel farlo non si ferma nemmeno all’impossibilità di attrarre investimenti economici, mettendo mano personalmente al portafogli quando si tratta di inaugurare I siciliani, rivista che diviene una vera scuola e fucina di promettenti giovani giornalisti, tra i quali anche suo figlio Claudio (nella fiction interpretato da Dario Aita).
Ma il lavoro di Fava faceva paura. La sua capacità di indipendenza e la sua voglia di scrivere contro ogni oppressione (culturale, sociale, politica) lo porteranno all’estremo sacrificio: ucciso per un agguato mafioso proprio sotto il portone della sua redazione.
Abbiamo raggiunto al telefono il regista di Prima che la notte, Daniele Vicari, che ci ha rilasciato alcune sue considerazioni sulla figura di Pippo Fava e questa sua prima esperienza televisiva.
Kontainer16: In tempi come quelli attuali, quanto è importante parlare di lotta alla mafia e per la legalità  (il film viene presentato dall’assessorato alla legalità)? Cosa dovremo ricordare e cosa dovrebbero sapere i giovani della storia e del ruolo di Pippo Fava nel giornalismo.
Daniele Vicari: Secondo interpretazione della vicenda di Fava il cuore della sua esperienza ruota attorno al binomio libertà di espressione/libertà di pensiero. Le forze sociali devono potersi muovere senza l’interferenza alcuna di forze che escludono il potere democratico. La modernità di Fava sta nel fatto che era un intellettuale (sottovalutato nel suo potenziale artistico, un giornalista, pittore, scrittore, drammaturgo) completo. Questo lo porta ad esprimere capacità  di innovazione non molto diffuse. Al giornalismo ha portato questo suo background di scrittore, pittore, drammaturgo. Dentro tutti i suoi articoli c’è questa capacità e la mafia non aveva controllo su questo. Quella di Fava più che una lotta specifica sulla legalità era una lotta contro quei poteri che tendono a limitare le libertà. Il giornalismo per Fava è una forza che prorompe dall’interno della società e la modifica, variando la percezione che la società  ha di se stessa e rende evidenti tutti quei poteri che limitano lo sviluppo della società. Questa complessità  di approccio unisce una idea di giornalismo classica (il giornalismo che si fa da se il giornale, controllando tutti gli elementi anche l’inchiostro, non è completo un racconto su da fa senza questo suo rapporto) a quella di un giornalismo che si sporca con la realtà,  che fa l’inchiesta. Nel passaggio dal primo al secondo giornale, da il Giornale del Mezzogiorno a I Siciliani, lui immagina un magazine in cui politica e cultura si fondono, affronta questioni sociali, arte figurativa al teatro, tutti ambiti frequentati e conosciuti da Fava. Quello che però fa di Fava un uomo unico è il suo voler tornare a Catania e fondare una scuola di giornalismo, costruendo il futuro, regalando a questi ragazzi una prospettiva. Il figlio, ad esempio era indeciso. Il ritorno del padre costringe a mettersi in analisi con le sue prospettive.
K16: Prima che la notte è il tuo primo prodotto per la televisione. Rai Fiction ti ha permesso (fatto più unico che raro) di modificare la sceneggiatura iniziale del film. Cosa hai portato della tua visione di cinema nella fiction e cosa porti nel tuo cinema di questa esperienza televisiva?
D.V: Innanzitutto ho portato la mia squadra cinematografica nella televisione. Ho imparato la chiarezza di intenti. Mentre facendo un film per il cinema ci si può permettere di lavorare sui sotto testi, quello per intenderci che in scrittura è lo scrivere tra le righe, in televisione, invece, per i meccanismi di fruizione e le interruzioni pubblicitarie, devi rendere il racconto più facilmente e immediatamente fruibile. Garantendo comunque che il pubblico ne sia soddisfatto.
Ma trovo che non si possa fare una differenziazione radicale tra cinema e tv. Uno scenografo non può fare differenza tra cinema o televisione, se non relative al mezzo. La lotta si deve fare in tutti gli ambiti. Vale per fotografia, per la regia, per la recitazione. Fare un brutto film, un film non curato costa la stessa cifra quindi tanto vale farlo bene, che sia per il grande schermo o per la tv. Mi è abbastanza chiaro che la televisione in qualche modo è una sicurezza produttiva, non ci sono rischi come nel cinema. Il cinema è più competitivo sotto certi aspetti, la paura del vuoto, l’ansia di riempire la sala. Questo però vale anche per la tv. Perché lo spettatore può abbandonare entrambi.
Lavorando sul film mi sono preso delle libertà, che Rai Fiction ha accettato. La mia esperienza con loro è stata impressionante perché ho trovato persone con cui poter trovare un rapporto vero, fattivo. Il film lo abbiamo dovuto fare in pochissimo tempo. Ho cercato di calibrare il progetto in modo che fosse compatibile con la televisione. La mia adesione a questo progetto è stata casuale, perché ero venuto a sapere ci fosse questo film senza regista e io sono ammiratore da sempre del lavoro e della figura di Pippo Fava. Anche in questo ho trovato terreno comune con i produttori della Lucisano. Per me è stata una bellissima esperienza.
K16: Quello tra te e gli attori è sempre un rapporto particolare. Cosa ti ha portato alla scelta di Gifuni e come avete preparato con lui il personaggio?
D. V: Fabrizio Gifuni oltre a essere un attore è anche molte altre cose (teatrante, letterato, intellettuale). Da questo punto di vista era perfetto perché comprendeva il personaggio già dentro di sé, ne capiva la complessità, perché è anche la sua di attore, scrittore, drammaturgo, attore. Però il percorso che abbiamo dovuto fare con Fabrizio di riscrittura del film è stato complesso, perché volevamo dare concretezza ai personaggi senza far loro perdere tutte le loro caratteristiche.
Di Joana Fresu de Azevedo