Uno degli equivoci più comunemente diffusi presso critica e pubblico, soprattutto quando si parla di comicità, è quello di scambiare volto e corpo di una maschera buffonesca con quelli di un interprete tout court.

La maledizione cui ha accennato qualcuno, legata all’arte di far ridere, non è da imputare alla capacità in sé, molto più complessa di quanto non si è disposti a credere. Essa, semmai, risiede nell’increscioso errore di voler ritrovare fisionomia, gesti, segni, movenze – in sostanza, il bagaglio artistico di un clown – nell’espressività e nella cinetica di un attore. Il fattore della novità, sposato al genio dell’estro, è indotto a misurarsi con mutamenti di mode, cambiamenti di gusti e miti, indottrinamenti di pubblici ogni volta diversi, repertori sempre uguali a sé stessi. Il che, inesorabile, finisce per spremere la maschera sino a impoverirla, mettendone in dubbio qualità, quando non maniere, che sino a ieri ne avevano fatto la fortuna.
È probabile che la depressione da cui Robin Williams era stato colpito, tanto da condurlo all’estremo gesto, fosse dovuta (anche) a questi fattori. Non è la prima volta, del resto, e non sarà l’ultima. Il mondo della comicità è gremito di maschere e talenti, potenziali Pierrot e guitti da palcoscenico rimasti travolti dalla condanna – quella, sì, una maledizione – della senilità artistica e dall’incapacità della cosiddetta “seconda giovinezza”. E incalcolabile, nel novero dello spettacolo, è la pletora di artisti e poète maudit spentisi troppo presto per un motivo o per l’altro, per i quali ugualmente non si può non provare un minimo di rabbia, dovuto all’occasione che tanti invidiano senza mai conoscere, o a ciò che costoro avrebbero ancora potuto offrire (a tal proposito, non si può non citare Philip Seymour Hoffman, scomparso alcuni mesi prima di Williams e col quale aveva recitato in Patch Adams).
Eppure, in quel suo corpaccione di fanciullo mai cresciuto (non per nulla scelto da Spielberg per il ruolo di Peter Pan), in quell’espressione befanesca dietro cui difficilmente si camuffavano malinconia e sofferenza, ma sempre con l’irresistibile sorriso alla portata e l’incessante voglia di (far) ridere, lo stesso si resta basiti nell’apprendere che il professor Keating abbia colto l’attimo e definitivamente ci abbia voltato le spalle. Che il deejay anticonformista Adrian Cronauer, e prima di lui lo sfortunato Garp d’una meravigliosa (e dimenticata) pellicola di George Roy Hill, abbiano preso il volo scomparendo su una nuvola. E che il marziano che lo consegnò alla notorietà televisiva, prima ancora di quella cinematografica, sia tornato sull’immaginario pianeta Ork a bordo di un uovo gigante.
Nel ripensare alla filmografia di Williams a quasi un lustro dalla morte, si resta basiti di fronte all’impressionante quantità di film sbagliati, molti dei quali bruttissimi (Al di là dei sogni di Vincent Ward), dove la sola presenza scenica del Nostro era bastevole a superare i troppi vuoti d’aria di sceneggiature raffazzonate, non dissimili dal medio prodotto televisivo. Più spesso veicoli di maniera costruiti su misura della debordante vìs dell’interprete (da Cadillac Man di Roger Donaldson a Mrs. Doubtfire di Chris Columbus), quando non puntellati da ambiziose operazioni (Toys di Barry Levinson) o irrisolti velleitarismi (Le cinque vite di Hector di Bill Forsyth, in Italia edito solo in home video). E in mezzo, fortunatamente, preziose prestazioni d’autore (da Altman a Weir, da Coppola ad Allen, passando per Gilliam e Mazursky, sino alla rilettura de Il vizietto firmata da Mike Nichols). Ugualmente, però, piace pensare che lassù da qualche parte avrà il tempo per mettersi in contatto tête-à-tête col grande Orson (“Vostra Grassezza…”) e, a proposito di star bruciate, matte risate si starà facendo con l’amico John Belushi.
Come Williams protagonista di troppe operine discutibili, e in più di un’occasione esempio di miscasting, Paolo Villaggio una volta ha affermato ch’è più difficile far ridere che recitare. Robin ci è riuscito per oltre trent’anni. E se ciò non fosse sufficiente, ricordare che il dono della risata, specie di questi tempi, non è fattore di poco conto.
Di Francesco Saverio Marzaduri