Ridere, ridere, ridere ancora
Ora la guerra paura non fa
Le note di Samarcanda di Vecchioni fanno da colonna sonora a una delle scene più rappresentative di questo Hotel Gagarin di Simone Spada, film corale uscito nelle sale a maggio. E, accompagnati da questa musica, i protagonisti si godono un momento di relax, non una resa, ma una consapevolezza del fatto che le loro vite devono continuare.

Cast ricchissimo quello a cui Spada ha voluto affidare i suoi personaggi. Dall’elettricista promosso tecnico luci (Claudio Amendola) al fotografo di matrimoni che diventa macchinista (Luca Argentero); dall’organizzatrice di eventi che spesso si trasformano in truffe (Barbara Bobulova) alla prostituta che si vede affidare il ruolo di protagonista (Silvia D’Amico) o alla responsabile delle troupe armena, che accetta l’incarico solo perchè ha bisogno di soldi perché in attesa e può sfruttare quel po’ di italiano che ha imparato ascoltando le canzoni di Toto Cotugno o Albano e Romina (una ancora quasi sconosciuta Caterina Shulha, ma non pensiamo lo resterà ancora per molto). In questa sua opera prima, Simone Spada porta sullo schermo una congrega di personaggi reietti e sfortunati, uniti dalla promessa di girare un film. Una troupe di improvvisati, guidati dallo sceneggiatore Nicola Speranza (Giuseppe Battiston) che parte per l’Armenia per girare un film prodotto con dei fondi europei che mai arriveranno. Loro si troveranno così a cercare di capire come tornare a casa dopo lo scoppio di alcuni scontri militari che li vedono costretti a trasformare l’Hotel Gagarin in cui risiedevano in un improvvisato set.
Non ce la faranno a realizzare il loro film. Ma otterranno da questa avventura armena qualcosa di molto più importante. Non per le loro carriere, ma per la capacità di rendere ognuno di loro più consapevoli dei propri limiti e delle loro aspettative. Perché,  come dice una frase di Tolstoy posta come sottotitolo nella locandina di Hotel Gagarin “se vuoi essere felice, comincia ad essere felice”.
Da evidenziare la partecipazione di Philippe Leroy, un personaggio misterioso che Nicola (Battiston) incontrerà in hotel e che lo accompagnerà con profonde chiacchierate davanti a una scacchiera nei momenti di sconforto, aiutandolo a capire come muoversi in questa sceneggiatura dai continui cambiamenti.
Abbiamo avuto modo di incontrare il protagonista di questo film, Giuseppe Battiston, a La Maddalena, nell’ambito del Festival cinematografico La Valigia dell’Attorediretto da Giovanna Gravina in Volonté, a cui l’attore ha partecipato per presentare Hotel Gagarin (di Simone Spada) e Dopo la Guerra (di Annarita Zambron), Giuseppe Battiston.
Attraverso alcune clip provenienti dalla sua ricca carriera cinematografica e teatrale (si è ricordata anche la sua lunga tournee per i teatri italiani con l’opera Orson Well’s Roast), partendo da una sua giovanissima partecipazione a Germania Italia 4 a3 (“si potrebbe parlare del misto di tenerezza e raccapriccio che provocano gli anni ’80”), Giuseppe Battiston si presenta ai giornalisti e al pubblico presenti con la sua consueta ironia e disponibilità, in un incontro durato più di due ore.
Parlando del suo non sentire la “vocazione” nel fare l’attore, quando iniziò a fare teatro durante gli anni del liceo a Udine, nel corso di un contest provinciale per attori teatrali, si rese conto che la formazione era fondamentale e iniziare fin da giovani ad andare a teatro lo ha formato nella sua capacità di starecon gli altri, capendo i meccanismi di relazione tra le persone. Dall’esperienza liceale, si trasferisce a Milano alla Scuola Paolo Grassi, il luogo di formazione più importante per la sua vita e carriera.
Attori (e registi) devono essere responsabili del proprio lavoro. Rispettare ciò che hanno fatto e l’epoca in cui lo hanno fatto. Se un attore o un regista si mostra pigro, anche lo spettatore allora sarà pigro. Aver fatto ridere uno spettatore una volta, non implica il riuscire a farlo anche nel lavoro successivo.
Analizzando i risultati di pubblico ottenuti da Perfetti Sconosciuti (in cui, nonostante si tratti di un film corale, il regista Paolo Genovese affida a Battiston l’unico monologo previsto in sceneggiatura) ha in parte avuto il successo che ha avuto perché c’è nel nostro paese una cultura morbosa tra pettegolezzo e selfie. La speranza è che le persone abbiano comunque in qualche modo capito il messaggio che il film voleva dare.
Il mestiere dell’Attore è un modo per colmare un gap relazionale. Io sono molto poco portato e faccia o fatica a rapportarmi al mondo reale. Faccio fatica a rilasciare interviste o a relazionare con il pubblico in incontri come questo. Il mio mestiere mi permette di relazionarmi con il filtro del doverr interpretare un personaggio. Agire, rappresentare, la teatralità è nella nostra natura. Chi è messo peggio lo da di professione.
Parlando del mestiere dell’attore ha inoltre detto:
Non ho nulla contro l’improvvisazione, ma ho tutto contro gli improvvisati. Perché c’è chi ha studiato per dare questo.
La sceneggiatura cinematografica, a differenza di quella teatrale, è importantissima, perché è quella che indica il percorso da fare all’attore, che deve fare lo sforzo di non leggere solo la sua parte, ma capire come intervenire nella storia e nella relazione con gli altri ruoli . Un film deve essere il frutto di un lavoro di gruppo. Da quello che vuoi raccontare si arriva a COME lo vuoi eaccontare. Se non c’è un confronto di idee e una direzione da prendere diventa tutto più difficile.
Ricordando il suo ruolo di scrittore che pubblica un libro che non deve essere letto inIo c’è (Alessandro Aronadio), gli abbiamo chiesto che ci siano dei ruoli che secondo lui non andrebbero interpretati. Giuseppe Battistonci ha risposto:
Sì,  i ruoli scritti male, per film brutti e i film faziosi. Dopo di che dobbiamo sempre considerare che si tratta di lavoro. Ma ci sono film o serie che a mio avviso non veicolano niente di fondamentale che potrebbero essere assolutamente essere evitati.
Gli abbiamo poi chiesto di parlarci della sua recente esperienza in una produzione internazionale di alto livello come quella della serie tv Trust, dedicata alla vicenda del rapimento di Paul Getty III e di come abbia vissuto le settimane di lavoro diretto da un grande regista come Danny Boyle.
È stata un’esperienza infinitamente bella. Io non parlo inglese e non ho mai studiato così tanto per preparare una parte. Rietevo ogni giorno almeno 5 volte tutto quello che dovevo dire. Il risultato è stato meraviglioso. Danny mi disse che raccontando ai suoi collaboratori che non parlo inglese non gli credevano. È un uomo davvero geniale sul lavoro, ha una energia e una visione del Cinema che è geniale. Si tira dietro centinaia di persone sempre con entusiasmo e educazione. La sua genialità sta nella convinzione che non esistano errori a cui non si possa rimediare. Dopo questa esperienza, motivata anche dalla mia crescente curiosità, ho lavorato in un film in francese (Dopo la guerra, presentato a Cannes 2018 nella sezione Un certain regard, NdR) e uno in tedesco. Una curiosità che tutti dovrebbero avere nel mio mestiere.
A breve rivedremo Giuseppe Battiston sul grande schermo nel film Troppa Grazia (Gianni Zanasi), vincitore del Premio Label Europa Cinema nella sezione Quinzaine des Réalisateurs di Cannes 2018.
Di Joana Fresu de Azevedo