In occasione dell’ultimo incontro mattutino del festival La Valigiadell’AttoreMarco Giallini arriva leggermente in ritardo, in una sala gremita di persone che già da tempo avevano raggiunto i Magazzini Ex-Ilva di La Maddalena per poterlo ascoltare e scattare qualche foto con l’attore romano.

Incalzato dal critico cinematografico Enrico Magrelli, Marco Giallini ha raccontato di come abbia dovuto smettere di studiare per necessità, non volendo più pesare sull’economia della sua famiglia di operai. Le sue origini non gli impedivano di andare al cinema molto spesso. Anzi, con il padre appassionato cinefilo, che gli ha trasmesso la sua passione, si trovava spesso, o davanti al grande schermo o guardando la tv a assaporare anche i grandi classici della cinematografia italiana e i primi film con Clint Eastwood.
L’incontro con una “giovane e intelligente ragazzina” (che diventerà sua moglie) gli ha dato il coraggio di riprendere gli studi universitari (restereste stupiti nel sapere che non solo l’ho fatta, ma l’ho pure finita) iniziando anche quelli di recitazione. Ha fatto pochi provini, non avendo allora (come spesso gli accade anche ora, ha confessato) la predisposizione a sentirsi guardato, giudicato. Fino a quello fatto con i Magazzini Criminali che gli cambiò la strada. Iniziò al Teatro Argentina di Roma con l’Adelchi. Racconta di quando doveva svegliare gli amici che andavano a vederlo, non abituati al teatro, ma che si sedevano in prima fila per sostenerlo.
L’attore riceve dal trio di moderatori De Riu, Sollazzo e Magrelli una sorpresa, che trasmettono una clip di quello che è stato il suo esordio al cinema, una comparsata in una scena Heather Parisi, nel film Grandi Magazzini.
Studiavo in Accademia. Vennero a dirci che serviva uno alto e magro per fare una comparsata che pagavano 250.000 lire. Ora, ma voi ve le ricordate cosa fossero una piotta e mezza all’epoca? Io c’ho messo un mese a spenderle.
Anche qui Giallini riesce a distinguersi, mostrando di essere la sola comparsa a reagire in modo attivo, con la giusta espressività, anche in un ruolo così minore e breve.
Fondamentale, sia a livello personale che per la sua carriera, l’incontro con Valerio Mastandrea, con cui sono diventati molto amici, iniziando a fare dei progetti insieme al Teatro Argot e al Teatro dei Satiri di Roma.  Poi l’approdo a Il locale (luogo di promozione culturale e di incontro di gruppi e attori allora emergenti come Micaela Andreozzi, Rolando Ravello, Valerio Mastandrea e tanti altri, NdR), in cui fu casualmente visto dal regista Marco Risi, che cercava un attore che interpretasse per il suo film L’ultimo capodanno il fidanzato di Monica Bellucci.
Dopo un mese arrivò una telefonata e pensai a uno scherzo di Mastandrea che fa le voci. Penso che non ci sarà mai più una notizia che accogli con così tanto batticuore come quella di quando ricevi una telefonata per il tuo primo ruolo in un film importante e di un grande regista. Non succederà più di rivivere quell’emozione, perché sei un ragazzo, non hai ancora fatto molto. E capisci che quello potrebbe essere il tuo inizio.
Impossibile per Marco Giallini non parlare dell’incontro con lo scomparso regista Claudio Calligari, che cercava un attore per il suo secondo film, L’odore della notte, in cui Mastandrea era protagonista. Inizialmente Caligari aveva dei dubbi sulla possibilità di prendere Giallini, perché dopo il film con Risi si pensava fosse un personaggio troppo borghese. Il racconto delle sue origini di borgata, perfettamente consone al racconto sulla Banda dell’Arancia Meccanica (gruppo di criminali che agí a Roma negli anni ’80, dedita a rapine e stupri ai danni della Roma bene) gli diedero la possibilità di fare un provino e di ottenere il ruolo del coprotagonista. Quello con Calligari fu un amore a prima vista. L’attore capì da subito che era davanti a una persona speciale. Lo ha amato come pochi altri registi  con cui poi ha lavorato e ha ammesso di provare un profondo disagio verso la retorica che lo ha accompagnato dopo la morte, dopo averlo sottovalutato in vita.
Claudio era uno dei pochi registi che poteva fare quel tipo di cinema con quel tipo di cuore e di verità.
Rispondendo a una domanda su come viva il suo essere attore e il suo lavoro, Giallini ha detto:
Nella preparazione di un ruolo sono abbastanza intuitivo. Leggo il copione molte volte appena me lo mandano. E divento il mio personaggio. Non ricordo di aver mai preso appunti o simili. Prendo dal mio vissuto, analizzo e cerco di fare mio il personaggio che sono chiamato a interpretare. Sfrutto la mia buona memoria visiva. Poi, ovviamente, per alcuni ruoli devo accompagnare questa istintivita.
Nel corso dell’incontro è stata ricordata la partecipazione di Marco Giallini a importanti produzioni televisive, come Romanzo Criminale (Sky) e Rocco Schiavone(Rai2). Ne abbiamo approfittato per chiedergli un ricordo di quella che è stata la sua prima interpretazione in una serie tv: il suo ruolo, insieme all’amico/collega Valerio Mastandrea,  in I buttafuori, trasmessa su Rai3 nel 2006, ideata dal trio Ciarrapico, Torre e Vendruscolo(gli stessi della più fortunata Boris).
I buttafuori è stata una serie che, seppur con pochi episodi trasmessi e in un orario anomalo, ha rappresentato un cult per una generazione. Moltissimi degli allora giovani ancora la ricordano. Aveva un format che attirava, con delle battute di forte impatto sin dalla sua introduzione. Ciarrapico, Torre e Vendruscolo avevano le idee chiare. Noi dovevamo solo seguirli. Un peccato che la Rai non abbia saputo apprezzare e sfruttare quel successo.
È un peccato che a un incontro così interessante e ricco di momenti ironici e divertenti con l’attore Marco Giallini, non sia seguita la proiezione di un film altrettanto coinvolgente. La visione di Io sono Tempesta, ultimo film del regista Daniele Lucchetti in cui l’attore interpreta il protagonista Numa Tempesta quasi ci ha fatto dimenticare le emozioni avute dall’incontro auto la mattina con Giallini.
Numa Tempesta è uno spregiudicato imprenditore che, dopo il passaggio in giudicato di una causa a suo carico per evasione fiscale, deve scontare una pena di un anno in affidamento ai servizi sociali. Il giudice decide di mandarlo in un centro assistenziale per senzatetto, gestito da Angela, una Eleonora Danco che sembra più reggente di una setta religiosa che un’assistente sociale, intrappolata in reazioni talmente esagerate da farla sembrare un’invasata. Nel centro l’imprenditore incontrerà un gruppo di ospiti e dovrà dimostrare di essere in grado di creare con loro una relazione reale, fatta di ascolto delle loro esigenze, di collaborazione e empatia. Empatia, un termine più volte ripetuto dai personaggi del film, usato quasi come un mantra. Ma trasformato in un sentimento negativo, oggetto di scambio di favori e svuotato di qualsiasi significato emotivo e solidale.
Tempesta cercherà sin da subito di sfruttare all’interno del centro le strategie e tecniche spregiudicate che gli hanno permesso di diventare un imprenditore senza scrupoli, pagando gli ospiti per ottenere in cambio dei rapporti favorevoli sul suo operato e corrompendo un senatore per far passare alcuni emendamenti voluti da Angela.
In tutto questo, trova un prezioso aiuto in Bruno (Elio Germano), un senzatetto che dopo aver perso il bar che gestiva vive in strada con il figlio e che approfitta sin da subito della gallina dalle uova d’oro che arriva al centro, instaurando con lui un rapporto fatto di favoritismi e regali sofisticati, che certo non gli servono a migliorare la sua condizione.
Io sono Tempesta è una commedia sicuramente capace di portare alla (spesso facile) risata lo spettatore, con gag al limite del ridicolo (e ridicolizzante) che coinvolgono il gruppo di senzatetto e le (pare immancabili) ragazze di bella presenza nude (che millantano studi in psicanalisi che vanno al limite della ricerca su Wikipedia, ma sfuttano il proprio corpo per ottenere risultati immediati).
L’interpretazione di Marco Giallini, seppur intrappolato in un ruolo che (scherzi della sorte) non è minimamente in grado di creare un rapporto empatico con lo spettatore, risulta credibile. Ma forse inizia a stancare questo personaggio borghese spesso (troppo spesso) cinico e sopra le righe che lo sta portando a risultare troppo simile ai tanti altri interpretati nei suoi film degli ultimi anni.
Di Joana Fresu de Azevedo