Peter Greenaway dialoga con la figlia adolescente Zoe, detta Pip, la moglie Saskia Boddeke, artista multimediale, li filma facendo cosi un’incursione nella mente del marito. Servendosi anche delle lettere dell’alfabeto per meglio focalizzare alcuni aspetti dell’arte di questo grande Maestro del cinema, la cui visionarietà lo ha portato ad  una libertà creativa di grande suggestione.

Nasce cosi “The Greenaway Alphabet”,  presentato in anteprima italiana al “Biografilm Festival” di Bologna ,ideato e diretto  da 14 anni da Andrea Romeo. Il dialogo inizia con A come Amsterdam, quindi il rapporto con la capitale olandese e con Rembrandt.   Un dialogo pieno d’ironia e tenerezza che affronta anche il tema della morte, la D di Death in cui  racconta la sua ossessione di morire affogato, arrivando  fino a Greneeway  e al suo  progetto, annunciato più volte, di uccidersi al compimento degli ottant’anni. Mancano ancora cinque anni a questo tragico appuntamento, che ci auguriamo fortemente non venga messo in atto . E’  Un dialogo  da cui scaturiscono i punti salienti della vita dell’eclettico regista che  ha  già oggi, un posto di rilievo nel cinema mondiale per  avere realizzato  opere come “I misteri del giardino di Compton House”( 1982) , “Lo zoo di Venere”(1986) ,”Il ventre dell’architetto”(1987),” Giochi nell’acqua”, “Il cuoco, il ladro, sua moglie e l’amante”(1989), tanto per citare i più noti. “E’ un’eredità per la nostra figlia, ha dichiarato Saskia Boddeke, “The Greenaway Alphabet” l’ho pensato come  un documento su di  lui e sulla loro relazione”. Aggiungendo poi che l’alfabeto del film nasce da un gioco che Peter e Pip facevano quando lui la metteva a letto la sera. E si giocava con questo alfabeto finché lei non si addormentava, era una sorta di ninna nanna. Peter ragiona per codici , era la maniera migliore per farlo entrare nel film”.
Il regista – pittore è stato insignito al Biografilm Festival del Celebration of Lives Award 2017 ed ha tenuto una Masterclass dove ha parlato, tra l’altro, della sua ricerca estetica che incrocia il cinema con pittura, architettura,, videoarte e lo consacra regista di grande autorialità. E’ stato anche proiettato il suo documentario “Luther ad his Legacy” realizzato nel 2017 in occasione dei 500 anni della Riforma protestante. In esso Greenaway sottolinea il pensiero rivoluzionario del teologo Martin Lutero che nel XVI secolo sconvolse la Chiesa. E lo fa attraverso una straordinaria selezione di opere d’arte e immagini storiche. Ma riflette anche, con ironia, sulla cultura  dell’informazione e dell’immagine suggerendo un curioso parallelismo fra l’invenzione della stampa e la recente rivoluzione digitale, ipotizzando l’inizio  di una nuova era.
E come segnale che vuole  continuare a darci nuove opere ha annunciato che aveva in quei giorni contatti con un produttore italiano per la realizzazione  di un nuovo  film . Il titolo sarà  “Il matrimonio di Cristo”.
Di Paolo Micalizzi