Nonostante il titolo, i luoghi di “Dove non ho mai abitato” sono quasi stilizzati e hanno la funzione di una cornice sfocata attorno ai volti in primo piano dei personaggi. Non vediamo molto della regalità di Torino o Parigi, ma notiamo da subito l’attenzione agli interni delle case e soprattutto come gli attori vengano quasi violati dalla telecamera per poter cogliere le emozioni più profonde nei loro occhi e nelle linee dei loro volti.
Tanti primi piani, tante emozioni nascoste che a mano a mano vengono rivelate come in un effetto a catena, persino dalla “opaque” Francesca, sempre pronta a tollerare la brusca onestà paterna e la quotidianità di una vita coniugale che solo apparentemente la rende serena. La prima volta in cui vediamo ridere di gusto Francesca è durante un’innocua chiacchierata con Massimo, l’allievo architetto prediletto di suo padre. Ed è da qui che finalmente Francesca si libera della sua opacità, fino ad arrivare a sfogare la propria rabbia con padre e marito.
Gli sfoghi di Francesca si possono definire sfoghi di libertà, eppure qual è la vera libertà? Per Francesca, la libertà è coincisa con la fuga a Parigi e con la liberazione da un futuro nel mondo dell’architettura ormai scritto dai suoi genitori; per il padre, lo stimato architetto De Marchi, Parigi non è stata altro che una prigione per la figlia, una trappola coniugale che l’ha distolta dal suo vero talento. Questo film ci insegna come non esista una definizione chiara della libertà, dell’amore e della vita, tanto che lo spettatore inevitabilmente dall’esterno comprende come la ragione stia da più parti e non da una sola.
Non esiste una verità univoca, così come non esiste una sola possibilità di scelta. Il fulcro del film sembra proprio essere il continuo contrasto tra ciò che la vita è e ciò che avrebbe potuto essere. Il tutto si svolge attraverso continui parallelismi impliciti tra personaggi, i quali sembrano quasi guardarsi gli uni con gli altri come se appartenessero a due mondi diversi, a due lati della stessa vetrata, quella vetrata tanto voluta da Paolo e Giulia per la loro casa sul lago.
E’ proprio questa casa in costruzione, che cresce insieme ai personaggi, a essere teatro di uno di questi parallelismi, quello tra la coppia Giulia-Paolo, futuri giovani sposi in preda alla passione, e la coppia Francesca-Massimo, adulti con anni di esperienze alle spalle, eppure innamorati come giovani ragazzi, senza ancora sapere di esserlo. Il gioco di riflessi è continuo in tante altre situazioni: Massimo vede nel fratello sposato con figli ciò che sarebbe potuto diventare e allo stesso tempo il fratello vede in lui l’uomo in carriera che non è mai diventato. Stessa infanzia, un futuro diverso.
E ancora, Massimo incontra l’ex ragazza di un tempo ormai andato, felice con una bella famiglia, un’apparizione volta a ricordargli la sua vita da scapolo incallito dal grande amore per la carriera. Esiste un confronto implicito persino con Paolo, che seppure appartenga a una benestante famiglia torinese sente di non aver mai avuto qualcuno che credesse in lui, cosa che invece a Massimo è accaduta. Infine, avviene inevitabilmente il parallelismo con Benoit, il marito perfetto di Francesca, perfetto eppure privo di slancio, quello stesso slancio che invece appartiene a Massimo, e di cui la protagonista si innamora.
Tra le donne, invece, abbiamo Giulia, che pare essere la versione giovane di Francesca, e anche Sandra, una donna agli antipodi, lontanissima dal mondo di sicurezze della protagonista. Eppure il parallelismo più grande, che notiamo solo alla fine, è quello tra Massimo e Francesca. Entrambi architetti talentuosi, avrebbero potuto essere la coppia perfetta, una copia degli innamoratissimi genitori di Francesca. Invece, Massimo è l’uomo che meno di tutti cerca stabilità sentimentale e la cui ambizione lo porta a divenire il figlio che l’architetto De Marchi avrebbe sempre voluto; al contrario, Francesca si è rifugiata nella tranquillità famigliare che non ha mai avuto da giovane, rinunciando alle proprie ambizioni.
Nonostante il contrasto, i due si compensano, e non è un caso che ad unirli sia il progetto di questa casa per novelli sposi, una casa con una stanza vetrata che diventa come una “lanterna di un faro”. Per loro, che non hanno una casa che sentano davvero tale, questo luogo diventa l’illusione di una vita domestica, purtroppo bruscamente interrotta dalla realtà dei fatti. Francesca ha una famiglia e non si può permettere follie d’amore; Massimo ha una carriera a cui pensare. Lei si definisce egoista nella conclusione, e lo spettatore si chiede se il suo egoismo sia stato cedere alla sua lecita passione per Massimo o alla sua altrettanto lecita decisione di ritornare a Parigi. Come preannunciato, non esiste una soluzione più giusta di un’altra.
Ed è così che arriva il finale, con l’amara consapevolezza che sì, sono le nostre scelte a definirci, ma una volta imboccata una strada, per il bene altrui è indispensabile mantenerla e mantenere soprattutto il ruolo che ci si è costruiti nella società, a meno che non si sia folli. Nessuno in questo film è folle per davvero, perché nascondere le emozioni è più semplice, persino per l’architetto De Marchi, costretto a pubblicare una recensione positiva per un collega che non apprezza. E sono lontani dalla follia anche il passionale Massimo e la composta Francesca, così desiderosa di un cambiamento interiore. Attendiamo fino ai titoli di coda una sua improvvisa follia d’amore, eppure tutto ritorna a scorrere come sempre. In fondo, a guardare bene la realtà, siamo tutti un po’ “opaque”.
Citazioni di questo film lento, che ama prendersi i suoi tempi e curarsi dell’animo dei personaggi:
–         “Il pessimista è un ottimista ben informato”. – Architetto De Marchi.
–         “E’ che non ho mai avuto molta simpatia per chi ha sempre avuto la vita facile”. – Massimo.
–         “Hai mai fatto follie per amore, follie vere, senza pensare alle conseguenze?” – Francesca a Massimo.
–         “Ma io non ho mai scritto una lettera d’amore.” – Francesca a Massimo.
–         “A volte penso di essere solamente capace a costruire case per altri”. – Massimo al fratello.
di Sabrina Pelissero