L’intera filmografia di Lucian Pintilie, originale e corrosiva, feroce eppur carica di speranza, è segnata dalla dicotomia tra il vero e il presunto, e la gran parte dei dualismi che caratterizzano l’ultima cinematografia romena si ritrova immutata nella sua opera di cineasta cosciente dei malumori che incombono dietro l’oltranzismo di superficie. Non è azzardato sostenere che proprio con Pintilie il cinema romeno acquistò status identitario, mostrando di essere altro rispetto alle confezioni di genere in voga dal dopoguerra, e persino rispetto a quell’influsso neorealista che comunque elevò a modello.
Prima che da innato spirito di ribellione, la scelta di operare controcorrente trova in Pintilie un suo varco nel dirompente mutamento di costume e in una nuova ricezione del cinema come arte del guardare. E in quella che probabilmente è la prima opera contro della produzione romena, più per la modalità di gestione dell’argomento che per il suo significato – Reconstituirea, del 1968 – appaiono chiare le influenze, gli influssi occidentali (rischiosi per l’epoca) e gli echi di un certo modo di far cinema. Rivedendo un simile prodotto – invecchiato nei codici impiegati, ma ancora potente per la determinatezza con cui un tema, sorprendente per l’epoca, viene trattato – fa sorridere che la demarcazione tra vero e presunto infastidisse gli organi di Potere, obbligandoli a un’azione di censura che durò finché durò Ceauşescu. Come fa sorridere la finta inchiesta su un episodio di cronaca che, senza essere mostrato, vede due giovani teppisti malmenarsi in stato di ubriachezza: obbligati dalle autorità a rielaborare il fatto davanti alla cinepresa e documentarlo su pellicola, i due giovani si picchiano tanto realisticamente che uno resta ucciso. Il cinema sostituisce alla realtà vissuta una finzione tanto vera da rendere impossibile la sola recitazione, e il film, svelando i meccanismi di rappresentazione, si mostra auto-analiticamente quale ricostruzione(e resta il sospetto di una verità anche più vera dietro l’obiettivo di Pintilie): ricostruzione di uno spettacolo ch’è anche l’unica realtà davvero concepibile. Reconstituirea è un invito allo spettatore a prendere coscienza e ricercare la verità, al di là delle manipolazioni del regime, e l’incessante presunzione di verità fa di Pintilie il primo eversivo esponente, nel suo Paese, di un cinema di forme e contenuti nuovi, contrapposto senza invidia (e con più di un’eco) alla Nouvelle Vague.
Non stupisce che l’opera sia vista con sospetto dalle autorità censorie romene, laddove l’esordio, Duminică la ora 6, è un esercizio di scrittura filmica che prende a pretesto una vicenda d’amore, lealtà e tradimento durante la Resistenza. E benché si giochi a carte scoperte senza ricorrere ad ambiguità, la formazione teatrale, l’abilità nella direzione degli attori, l’uso di un dialogo straniante, la visione di un emisfero dominato dal Caso influenzano il linguaggio cinematografico del “selvaggio” – così ama definirlo Ionesco – che nel cinema riesce a lavorare come assistente di Victor Iliu (allievo di Ėjzenštejn e a cui Reconstituirea è dedicato), per debuttare negli anni del Disgelo, agli albori del Conducător.
Nel divario fra teatro e cinema risiedono l’opera e l’esistenza dell’Autore, segnate da un perenne nomadismo tra il suo Paese e la Francia, Parigi soprattutto. Formatosi all’Istituto d’Arte Teatrale e Cinematografica di Bucarest – come molto più tardi capiterà a tanti nomi del Noul Val – Pintilie è anche regista teatrale di grande sensibilità autoriale, pagata a prezzo salato con l’ostracismo seguito a un allestimento de L’ispettore generale, pantomima al vetriolo che denuda il conformismo ottuso e la miseria morale della classe dirigente della Russia zarista, tanto corrotta da esser presa al laccio dei suoi stessi inganni, e in cui è facile riconoscere l’allusione agli apparati di partito, ai burocrati, ai politicanti romeni dell’Età dell’oro.
Il primo film di Pintilie in epoca post-totalitaria, Balanţa, si riallaccia a molti titoli precedenti nel tono, nelle strategie discorsive, nel tipo di universo morale che ritrae. E come agli esordi c’è un’attenzione rivolta all’inquietudine giovanile, al suo collocamento generazionale nel corso dei decenni: ossia nel corso della Storia, ingombrante eredità di cui la nazione e lo stesso Pintilie non possono fare a meno. Una generazione, quella romena, che sin da Ceauşescu si sente orfana di un pensiero dirompente, della possibilità di alzare il pugno e paradossalmente, una volta caduto il Geniul din Carpaţi, impossibilitata al totale distacco dal Potere vigente, scevra da qualsiasi occasione di ribellione anticonformista e di palingenetica gioia nel ripartire da zero. Già da Reconstituirea, prima che ad occuparsene siano i cineasti del Noul Val (gli unici a gridare ciò che prima non si poteva), le figure giovanili sono pedine manovrabili dal Potere, pronti ad essere annientati come niente. Ombre inquiete, come in Balanţa risultano i due protagonisti sballottati tra quel che sembra e quel ch’è realmente, tra quanto viene impartito (e si rivela fallace) e quanto nascosto (ed è accertata verità), tra ciò che s’impone quale indispensabile condizione (a compromissione di vite umane) e ciò che dovrebbe essere equa soluzione (e quasi mai vi si ricorre). Una sequela di antinomie che illustra caratteri ed emisferi divergenti, e pure lo sguardo di Pintilie perennemente puntato sull’ago di una tale bilancia.
Nella politique dell’autore vi è la mera denuncia di personaggi destinati a un involontario confino. Perché di confino si tratta, ché solo un ostracizzato quale Pintilie può restituirne la condizione di disagio. L’esiliato, reso tale a causa di circostanze da lui non richieste né desiderate – casi di coscienza, insomma – indotto a sottostare alla prevaricazione del Potere e della Storia (e a rispettivi, annessi strumenti), e farsi carico, quando non è sua la responsabilità, di ignominiose ingiustizie se non di atroci soprusi. Accade al capitano Dumitriu di Un’estate indimenticabile, indotto a reprimere un moto contadino in uno sperduto avamposto militare della Dobrugia, o alla dottoressa di Stare de fapt (firmato Stere Gulea, del quale Pintilie scrive il soggetto), nel rifiutarsi di firmare false diagnosi su alcuni pazienti uccisi durante la rivoluzione, e indicibilmente punita a causa di ciò. Ancor più a fondo capita ai dropout di Terminus Paradis – Capolinea Paradiso: non due persone immacolate, ma innamorati allo sbando tra le disillusioni di una devastata Bucarest post-comunista, nella quale trionfano povertà e violenza; romantici emarginati, non organici agli schemi dominanti, e dunque votati alla sconfitta. Ma il sacrificio ha luogo in nome del legame, dell’unione, dell’amore. E se la Storia, anche per la Romania, si reitera e si tramanda, non resta che raccoglierne il testimone per consegnarlo ai nascituri, unici custodi possibili (come richiede la “situazione di fatto”, secondo l’omonimo titolo, che obbliga la protagonista a cercare il suo aguzzino, padre del bimbo che ha in grembo).
Ancora un ritratto generazionale, e un’altra allegoria sul presente della nazione, è al centro di Niki et Flo, i cui personaggi sono tutti calati in una dimensione apatica e insofferente, indipendentemente se giovani o anziani: gli uni disarmati di fronte a un futuro bigger than life, gli altri votati all’anacronismo di un tempo non più loro. A quest’ultima tipologia appartengono un colonnello in pensione e un nostalgico della vita bohémienne, legati dal matrimonio dei rispettivi figli, questi ultimi riconducibili al primo assetto. Il dualismo tra vero e falso miscela la serenità di un filmato amatoriale, su un’allegra festa nuziale, a una realtà in cui basta poco per comprendere quanto certa allegria sia finta. Qui Pintilie riconferma la predilezione per la mise en abîme autoriflessiva quale strategia per far vacillare i limiti tra finzione e realtà, e usare la forza delle immagini in chiave destabilizzante; e anche maggiore è il grado di sperimentalismo formale in Prea tîrziu, quasi a voler chiudere con un segno indelebile il trittico sui mali del totalitarismo (ma il paradigma è ancora attiguo a quello di Reconstituirea). L’opera segue le vicende di un pubblico ministero, cui sono affidate le indagini sulla morte “accidentale” di un manovale in una miniera di carbone. In una scena, gli operai picchettano contro la paventata chiusura delle miniere, e contemporaneamente il procuratore li osserva da un monitor del proprio ufficio: vi è qui un’ennesima contrapposizione, fra tecnica godardiana e linguaggio documentaristico, e il corrispettivo di un segmento del film più noto di Pintilie, in cui uno schermo tv mostra la corsa di un’ambulanza e, tramite una panoramica a schiaffo, lo spettatore è condotto sul luogo in cui si svolge la scena.
Non è comunque possibile dissertare sull’opera di Pintilie, dietro la figura canonica del parallelismo, senza dare rilievo a După-amiaza unui torționar, sul confronto tra un’agghiacciante realtà e l’impossibilità di raccontarla per compensare l’ingiustizia della Storia. Ma quanto si può narrare, in un’epoca che potrebbe consentirlo (e il malaugurato Fato ugualmente non rende possibile), è ostacolato dall’incombenza di un Presente che trasforma i reduci dell’orrore, vissuto in prima persona, a creature incapaci del minimo sentimento, aritmetica eredità del passato oltranzista. Passato rimosso alla svelta e del quale non si desidera divulgare testimonianze: strumento di minaccia, la violenza è la sola modalità rimasta per mostrarsi nazione normalizzata(ma simile, in peggio, al trascorso totalitarismo). Il confine sta nella contraddizione tra l’estrema lucidità e la paurosa confusione, e Pintilie, conscio di non poter fare diversamente, opta per il disegno di una figura mostruosa – tutt’altro che innocente nonostante la trance – sia dall’interno che dall’esterno. Il protagonista è un esiliato, ridotto a larva umana come la consorte, isolato dal resto del mondo quanto l’anziano giornalista incaricato di registrare la sua deposizione per una diretta televisiva. Ma il Fato (del Presente, della Storia) dispone diversamente, e sulla bobina non verrà incisa alcuna testimonianza. E chi si addormenta per tutto il tempo dell’intervista, solo nell’epilogo si abbandona a una verità non meno raggelante: i posteri rifiutano gli anacronismi di ieri, rendendoli incapaci di qualsiasi tentativo di ascolto. Ma nessuna parola è dirompente quanto le immagini: la possibilità di suggerire in modo ellittico senza obbligatoriamente svelare, mediante l’uso di simbolismi figurativi, campi e controcampi, incessanti successioni tra passato e presente prive di filologica continuità.
Dagli esordi, lungo una carrellata di titoli che sono il nitido riverbero della trasformazione (deformazione?) di un Paese e di una mentalità, Pintilie non viene meno all’interpretazione del mezzo filmico paragonato alla presenza ingombrante dello schermo, in ogni sua forma, e all’irrinunciabile importanza che la Romania offre ad esso. Né la “nuova onda” romena ha mancato di riconoscere l’enorme debito verso il solo cineasta che in era post-comunista ha portato avanti il proprio discorso mantenendosi su identici livelli di eccellenza artistica. Se il tributo è evidente nel rifiuto generalizzato (in parte anche motivato economicamente) di produrre opere spettacolari, col loro “credo” artistico le nuove firme mostrano di dare ancora pieno credito a linguaggi visivi e verbali, radicati nella “psiche nazionale”, in un certo tipo d’ironia e di senso dell’assurdo. Ognuna di esse ostenta le gravose lacune di una nazione desiderosa di mettersi al passo coi tempi, eppure orfana della linea oltranzista di cui per oltre un trentennio, fantasma serpeggiante, è stata. E se l’apicultore ex carnefice di După-amiaza esprime la propria concezione di libertà asserendo di non sapere che farsene, l’idea di libertà in Pintilie pare basarsi, non senza difficoltà, su una concezione soggettiva inerente l’utilizzo che se ne vuol fare (una “scheda tecnica”, afferma, per sapere come adoperarla). La troppa libertà di pensiero o azione, dovuta a un utilizzo non corretto, viceversa ispira sfiducia in qualsiasi area: nei minimi scorci di libertà offerti, un regista, o il Paese cui appartiene, si rivela versatile e consegue i migliori risultati. È sufficiente solo questa constatazione, per chiarezza e lucidità, a dire della grandezza di un autore come Pintilie quale imprescindibile riferimento, benché non completamente corrisposto dal pubblico internazionale. Le firme oggi più celebrate del Noul Val, insieme ai più attenti cultori della Settima Arte, da un pezzo se ne sono accorti.
di Francesco Saaverio Marzaduri