Uno legge i nomi delle interpreti, Margherita Buy e Claudia Gerini, e inevitabile si aspetta la commedia in stile Verdone. Uno legge che la prima è anche coautrice del soggetto e in colonna musicale c’è Federico Zampaglione, coniuge della seconda, per comprendere che la confezione del prodotto è segnatamente fatta in casa. Ci si trova davanti a due recitazioni diverse e complementari, una più misurata rispetto all’usuale standard e l’altra dichiaratamente caricaturale, e si comprende che Nemiche per la pelle è una commedia di caratteri vecchio tipo. Ed è tutto lì.

Nondimeno, criticare un comodo prodotto “usa e getta” made in Italy, allo scopo di non esser tacciati di snobismo impone, sì, di camminare sulle uova, ma non si può far a meno di pensare che quel certo modo di recepire lo sguardo del Belpaese, superato da oltre mezzo secolo, sia un comodo espediente per non spremere meningi verso più ambiziosi progetti e confezionare qualcosa di facile facile. Pure, nonostante i momenti in cui il film riesce a strappare il lieve sorriso – la Gerini che legge a mo’ di favola un campionario di arredamento immobiliare – non dovrebbe sorprendere che tanti nomi di rango dello spettacolo nostrano optino per la fiction formato famiglia (che in Nemiche per la pelle è il principale valore che finisce col spuntarla), dove discorso edificante e moraletta strappalacrime confortano il pubblico di poche pretese.
Non resta che accettare il film diretto da Luca Lucini (che infatti trasse da Moccia Tre metri sopra il cielo) per quello ch’è: un lavoro senza pretese, che conta per la presenza del cast femminile – visibilmente non al suo meglio – e per qualche nostalgica presenza di piglio teatrale (Gigio Morra, Stefano Santospago), più che per il sunto narrativo, logoro come uno cencio. Ovvero la contesa, non priva d’interessi personali, su un bambino cinese di sette anni che l’ex marito delle due protagoniste, defunto all’improvviso, ha avuto da un’altra relazione. Il canovaccio prevede la solita rifrittura di cliché e luoghi consolidati in questo genere di prodotti, con disparati ammiccamenti alla pochade e tanta commedia italiana alla rinfusa, tra una strizzata al classico hollywoodiano (le mura di Gerico di Accadde una notte, durante una veglia obbligata tra le donne) e l’altra alla sua storica rivisitazione (il bimbo aiuta l’agente immobiliare Gerini durante un incontro con alcuni imprenditori orientali, come faceva Tatum O’Neal con papà Ryan per Bogdanovich). E il fatto che al centro dell’impianto vi siano due adulti e un bambino, nemmeno a farlo apposta, rimanda all’operina Les Compères, come ad altre commediole yuppies dell’età reaganiana, tipo Baby Boom.
Si diceva, però, che se un modello ipertestuale trapela tra le righe, questo è individuabile nel citato Verdone del quale Buy e Gerini sono tra i volti storici. E vero è che il film di Lucini, soprattutto nel primo quarto d’ora, cosparge la storiella di rimasticature insite nella commedia macchiettista (il funerale di un cagnolino, che si suppone morto, rinvia a Sono pazzo di Iris Blond, e la contesa del bimbo, tra giorni pari e dispari, sa di Stasera a casa di Alice), tanto che basterebbe la solitudine di un bimbetto innocente a riportare alla memoria il più ecumenico dei prodotti verdoniani, Il bambino e il poliziotto. La vera e propria riprova sta in quell’aula di tribunale già presente nella penultima fatica di Verdone, L’abbiamo fatta grossa, i cui personaggi – come le eroine di Nemiche per la pelle –finivano per trasformarsi in figurine in fuga per colpa di circostanze più schiaccianti di loro, poiché facili pedine manovrabili da un Sistema corrotto. E a un bozzetto di giudice in gonnella, a presiedere una corte che raduna tutti i personaggi del film comprimari compresi, spetta il ruolo decisivo di risolvere una circostanza che odora di Kramer contro Kramer, dove infatti il verdetto del cuore la spunta su quello giuridico.
Gastronomia precotta? Forse sì. Nemiche per la pelle è figlio degli innumerevoli prime time di Rai Uno: si ripensa alle storielle al femminile a firma Toscano-Marotta di Commesse, o anche alla coppia Ferilli-Pivetti del dimenticato Le giraffe (che condivide con Lucini l’opposto, comune Destino di tipologie antitetiche riunite con la forza da una comune tragedia). Ma il fatto che il bimbo si ritrovi involontario protagonista di una bislacca, complementare educazione sentimentale, ed erediti gli aspetti positivi di due inquietudini figlie di una negativa frenesia, traspare come il fattore più simpatico di un prodotto destinato a non lasciare traccia. Una favoletta dove l’inclusione di una lumaca è elemento canonico all’avvicinamento di due tempre inverse, per abitudini e modi politico-esistenziali di condurre la vita. Che senza pretendere troppo, e facendo sì che lo spettatore non si aspetti granché, soddisfa il primario obiettivo: divertire senza pretese. Nel bene o nel male, obiettivo raggiunto.
di Paolo Micalizzi