Vincitore assoluto di “Le Voci dell’Inchiesta” (11-15 aprile)di Pordenone, diretta con passione da Riccardo Costantini,  che da undici anni ci mostra il “cinema del reale” di tutto il mondo è stato il documentario “Muhi- Generally Temporary” di Tina Castelnuovo –Hollander e Tamir Elterman. Si è aggiudicato infatti sia il Premio della Giuria che quello del pubblico. Il documentario è incentrato su un bambino palestinese di sette anni che ha una rara malattia autoimmune e per questo ha subito l’amputazione delle braccia e delle gambe.

La Giuria, presieduta da Italo Moscati e composta anche da Antonio Bellia e Fabio Francione, lo ha premiato “perché la storia di questo bambino colpisce al cuore  per forza e intelligenza, ed è raccontata con garbo, rispetto e intensità. Un film che unisce tutti, in nome di emozioni fortissime e irripetibili”. Una storia di grande umanità.  
 Quest’anno, “ Le Voci dell’Inchiesta” ci ha  aperto gli occhi , con “Living in Demmin” di  Martin Farkas,  sull’esistenza ancora oggi dei giovani neonazisti, che si sono riuniti per celebrare l’anniversario di una pagina terribile e dimenticata della storia recente tedesca: il suicidio( talvolta dopo aver ucciso i propri bambini) di oltre 900 abitanti della cittadina di Demmin incapaci di accettare la fine del terzo Reich dopo l’arrivo delle truppe sovietiche sul finire della Seconda Guerra  Mondiale. Una strumentalizzazione della storia e della memoria.
E’ stato proiettato nello stesso giorno  di “Jugend”, un’inchiesta  che  Enzo Biagi aveva realizzato nel 1966, intervistando ragazzi  di tutte le classi sociali ,rivelandoci le speranze dei giovani tedeschi poco prima del ’68. Ed il ’68  è stato rivissuto in altri documentari mostrati nella retrospettiva , curata da Federico Rossin, riguardanti  il maggio francese ma anche  come esso si era manifestato in Jugoslavia, USA, Germania. Opere poco conosciute, la cui visione allarga gli orizzonti di conoscenza di quel movimento.
Lo spettro dell’atomica  è emerso in tre opere: “Command and control” di Robert Kenner, racconta di un banale incidente( la caduta di un giunto durante un’operazione di manutenzione di un missile intercontinentale”Titan II”) che nel 1980  ha causato in Arkansas  l’esplosione di una di queste strutture con il pericolo della deflagrazione di una testata nucleare 600 volte maggiore di quella di Hiroshima. Sulla questione nucleare anche  “Crossroads”( 1976) di Bruce Conner che documenta una serie di test  americani condotti nel 1946 al largo dell’Atollo di Bikini, filmati da cinquecento operatori.
Ma anche “The Bomb”, di Kevin Ford(2016), una storia dell’atomica raccontata attraverso una miscela di filmati storici e contemporanei. Opere che inducono ad una seria riflessione  sul pericolo del nucleare, a volte difficilmente controllabile. Tante altre le situazioni inquietanti del mondo contemporaneo viste al Festival. 
Nell’anno  in cui i social denunciano le molestie ed i ricatti sessuali subiti dalle donne nel mondo del lavoro, a partire dal cinema, spazio anche a queste problematiche per riflettere sulla condizione femminile in occidente. In  “Naila and The Uprising” (2017)di Julia Bacha  viene posto l’accento sulla forza delle donne, il loro impegno nella società civile e la loro capacità di riscatto. Viene raccontata la storia di Naila Ayesh che da trent’anni combatte in Palestina per i diritti di tutte le donne nel suo ruolo chiave nel movimento non violento organizzando già nella Prima Intifada una rete clandestina di donne.
Una storia fortemente  umana è poi quella raccontata in “”A Woman captured “(2017) di Bernadett Tuza- Ritter. Una storia incredibile di schiavitù con protagonista una donna ungherese di cinquantadue anni che da più di dieci è al servizio di una famiglia per cui lavora venti ore al giorno senza alcun compenso.
 E non può lasciare quella casa perché le è stato requisito il passaporto.
Spazio anche alla tragedia siriana. In “Another news story”(2017) il regista inglese  Orban Wallace sottolinea lo sfruttamento mediatico, alla ricerca del sensazionalismo, della tragedia dei profughi siriani, ed in “Aleppo’s Fall” il regista Nizam Najar  segue un gruppo di civili che combatte sotto la bandiera dell’esercito di Liberazione nella sfida contro Assad e Putin da una parte e quella contro l’ISIS dall’altra. Una difesa estenuante carica di speranza, che si conclude con l’esilio forzato dei superstiti.
“Le Voci dell’Inchiesta” ha poi  reso omaggio al regista Folco Quilici, scomparso di recente, proiettando uno dei suoi migliori lungometraggi, “Fratello mare”(1975) che racconta la vita dei polinesiani prima dell’invasione ”barbara” dei turisti che ha contaminato l’ultimo paradiso terrestre, attraverso il vecchio Atai che rivive la sua infanzia e la sua giovinezza. Una storia  dell’eterna lotta tra natura e uomo,, realizzata da un grande poeta del cinema, un moderno Ulisse che per oltre sessant’anni ci ha portati alla scoperta di mondi ignoti e di civiltà sconosciute.
di Paolo Micalizzi