Da melomane antica e inveterata ho sempre avuto un rapporto conflittuale con il film Amadeus(Milos Forman, 1984).  La scomparsa di Milos Forman (1932-2018) mi ha indotto, 34 anni dopo,  a riguardare  questo film con tutti i tagli aperti, come si dice nell’opera, o nel Director’s Cut, come si dice nel cinema.  Ai tempi mi ero schierata, da mediocre conformista qual ero, contro questo film, sposando tutte le obiezioni sollevate dalla minoranza  ortodossa: ai tempi di Mozart non c’era direttore, Antonio Salieri non era così mediocre e in fondo aveva fatto un carrierone, la parrucca rosa, la risata cavallina, chi è questo Tom Hulce, non è adatto, basta con questa storia dell’avvelenamento.
Completamente chiusa alle ragioni del cinema. A rivederlo, devo riconoscere che è un bellissimo omaggio a Mozart e un ottimo film, nonostante il peccato originale di ripescare la leggenda dell’avvelenamento di Mozart da parte di Salieri, creata per primo da Alexander Puskin  in un’opera teatrale (Mozart e Salieri, 1832)  in seguito musicata  da Nikolaj Rimskji Korsakov (1830) e infine da Peter Shaffer (1926-2016), drammaturgo inglese autore di una pièce teatrale di grande successo, da cui deriva la sceneggiatura.  L’enfasi su Salieri, alter ego scarso e consapevole del genio, assorbe gran parte delle  risorse narrative,  e se si tratta di un espediente  utile a mettere in luce la grandezza dell’opera di Mozart, alla fine sacrifica proprio la figura di quest’ultimo.
E’ come se Mozart fosse destinato ad apparire sempre come ostaggio di qualcun altro: generalmente del padre, come nella pur ottima biografia a lui dedicata  nello sceneggiato televisivo Mozart (Marcel Bluwal, 1982) o, in questo caso, di Salieri, personaggio molto potente alla corte di Vienna ma, per quanto si evince dai documenti, per nulla ostile al ragazzo di Salisburgo. 
Certo, il cinema di Forman fa di questa frusta leggenda una grande storia. Alcune scene furono, e restano, memorabili: la descrizione che il vecchio Salieri, ormai in manicomio, compie dell’incipit della Serenata “Gran Partita” K361, la dettatura del Confutatis (Messa di Requiem K626) fatta da Mozart a Salieri sul letto di morte, la scena in cui Mozart convince l’imperatore Giuseppe II a fargli rappresentare Le nozze di Figaro, sacrificata nella prima edizione e ripescata nel Director’s Cut.
Manca però qualcosa, a parte la musica, che identifichi Mozart al di fuori del calco di qualcun altro, Manca per esempio del tutto il suo sodalizio con Lorenzo da Ponte, librettista della grande trilogia italiana (Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte) , fondamentale anche per comprendere la sua personalità e la profondità del suo sentire umano.
Amadeus ha molti meriti postumi. Innanzitutto  insiste sulla grandezza di pensiero  della musica di Mozart rispetto a quella dei suoi contemporanei.  In secondo luogo  si dimostra lungimirante proprio  quell’idea che al tempo sembrò più discutibile, ovvero rappresentare Mozart come una popstar. Nei decenni successivi assisteremo a un processo di svecchiamento della prassi interpretativa attraverso l’uso degli strumenti originali, la riduzione degli organici strumentali e corali,  l’estinguersi del divismo a favore di una maggiore pertinenza tecnica ed espressiva, l’alleggerimento dei ruoli, un’ autentica discesa dal piedistallo della  cosiddetta grande musica.
Molti direttori ed interpreti attuali, più o meno vecchi come Amadeus, non solo non disprezzano, ma a volte traggono ispirazione  dal rock.  Rock/Barock è ormai quasi uno slogan per gli ensemble più avvertiti, soprattutto nel mondo della musica rinascimentale e barocca, che esonda spesso proprio dalle parti di Mozart. Dobbiamo ringraziare molti per questo rinnovamento, e tra i primi proprio Milos Forman che ebbe l’intuizione di assimilare Wolfgang Amadues Mozart a qualcuno di molto simile a Jimi Hendrix o Jim Morrison, tutti bruciati dall’ansia di portare a termine quanto più potevano quasi consapevoli della loro fine prematura.
di Daniela Goldoni

 

Golden

8.4, postumo