Nel documentario-intervista Scorsese on Scorsese, trasmesso in Italia su Sky nel 2005, il cineasta italoamericano racconta di un’esperienza personale che ispirò, in seguito, una scena di Taxi Driver: poco più che trentenni, lui e il collega Brian De Palmaandarono a vedere Gola profonda, e nel corso della proiezione il futuro regista di Omicidio a luci rosse notò con stupore e perplessità che la sala era gremita di coppie sposate, gran parte delle quali anche mature.
Ma lei sta scherzando, questo è un film pornografico!, avrebbe poi esclamato Betsy-Cybill Shepherd prima ancora di entrare nella sala dove Travis-Robert De Niro l’aveva accompagnata per assistere allo pseudo-documentario svedese Sometime Sweet Susan. E il goffo Travis cercava di tranquillizzarla affermando che “questo è un film che ci vengono tutti a vederlo, perfino marito e moglie…”.
Incredibile ma vero: Deep Throat – questo il titolo originale, in seguito ritradotto La vera gola profonda per distinguerlo da prodotti apocrifi e imitazioni – figura a tutt’oggi nella classifica delle pellicole più premiate al box-office (100 milioni di dollari contro 24.000 di costo, sembra). E tuttora continua a far parlare di sé. Ma il principale motivo d’interesse dell’opera, riparlandone a distanza, non è tanto quello di avere lanciato un genere osceno, nel senso etimologico del termine, principalmente concentrato su cose considerate tabù e, manco a dirlo, facile bersaglio di censura.
Semmai, come testimonia il making of sulla sua realizzazione Inside Gola profonda, al film di Gerard Damiano(Jerry Gerard nei titoli di testa) andrebbe riconosciuto il merito di uno sdoganamento del genere porno attraverso una modalità non dissimile da quella linea di sviluppo operativa che tanto per la maggiore andava nei primi anni Settanta, per merito della quale la produzione cinematografica americana avrebbe rinverdito i propri (ne)fasti. Quindi, di essere emerso dalla clandestinità riuscendo ad attirare l’attenzione di puritani, benpensanti, piccati perbenisti, che, senza risparmiare critiche e osservazioni snob, ugualmente andarono a vederlo e contribuirono a decretarne il successo, incappando nella strategia di un’operazione furbescamente studiata.
Tutto ciò al servizio di una precisa scelta di campo: produzione molto low budget, attori pressoché sconosciuti (entro il genere hard, beninteso), un canovaccio-pretesto. Salvo poi mettere da parte l’aneddoto per trascinare l’osservatore, eletto a voyeur, in un itinerario scabroso, nel corso del quale l’occhio della m.d.p. svela, scruta, sottolinea particolari e dettagli della sfera sessuale: amplessi filtrati, analizzati, documentati nel loro hic et nunc con gusto estetico dell’eccesso, compiaciuto quanto estremo.
Da lì in poi l’obiettivo si sarebbe fatto insistente, sempre più invadente e importuno, addentrandosi senza remore: l’esatta antitesi di quel procedimento ellittico di cui i grandi cineasti furono riconosciuti maestri. E lo spettatore non si sarebbe più posto il problema di apparire complice di quello spettacolo.
In tal senso Deep Throat appare (anche) uno sfottò, uno sberleffo alla grammatica del cinema, a quell’ortografia dell’immagine inaugurata e impartita, più di mezzo secolo prima, dai pionieri della Settima Arte e in seguito riadattata per nuove strade, percorsi e correnti dalla Nouvelle Vague.
Proprio i “Cahiers du Cinéma,” non per niente, salutarono Deep Throat come uno dei prodotti più importanti, nel bene o nel male, del 1972, anno della sua uscita. Come dargli torto? Pur giocata su una sola trovata, la carta vincente di quest’operina risiede in una demitizzazione strafottente dei momenti più spinticon uno straniante utilizzo della colonna sonora (la Nona di Beethoven, qui rivisitata da un organo, già adottata l’anno prima in Arancia meccanica) e da un montaggio alternato à la Griffith che nulla avrebbe da invidiare alle analogie di Ėjzenštejn o Kulešov, tantomeno la pretesa di esser preso sul serio.
Un po’ com’è accaduto a Easy Rider, l’importanza di Deep Throat risiede nel suo apparire reperto di un’epoca in un periodo in cui i rapporti fra sessi, e i loro tabù, cominciavano ad essere descritti in modo sempre più esplicito (si pensi a Conoscenza carnale di Nichols), quando il sesso, prima che liberatorio, diventava sempre più solare e vitale. E questo prima che le figure femminili mostrassero grinta da vendere, recriminando sempre più la propria indipendenza.
Il valore di questo film, dunque, concerne il suo essere oggetto di costume e inevitabile bersaglio di parodie (la più divertente, forse persino degna dell’originale, figura in una scena di Una pallottola spuntata 2 ½ – L’odore della paura). Eppure, a dispetto delle centinaia di migliaia di operazioni hardcore e facsimili che seguirono, Gola profonda non mostra del tutto i segni del tempo. E datate non appaiono le fellatio che hanno visto protagonista Linda Lovelace, irredimibilmente imprigionata dal “successo” di questo film, la cui triste gloria sarebbe stata al centro d’una recente agiografia, Lovelace, firmata da Robert Epstein e Jeffrey Friedman ed interpretata da Amanda Seyfried. Chissà che a qualche giovane coppia di oggi Deep Throat non riesca ancora a “fare sentire le campane che suonano e vedere i fuochi d’artificio”.
di Francesco Saverio Marzaduri