Il resident, nella gerarchia ospedaliera statunitense, corrisponde allo specializzando italiano. Ed è proprio il punto di vista degli specializzandi quello prescelto da questa serie Fox, in onda su Sky da gennaio. Un giovane neolaureato, appena uscito da Harvard, gonfio di orgoglio e di belle speranze, entra come internista in un grande ospedale, naturalmente privato. Si scontra da subito con le cerimonie di iniziazione quando viene sbattuto, fin dal primo giorno, in questioni di vita e di morte in cui si trova a dover decidere da solo. Il suo mentore è uno specializzando non molto più anziano di lui, aggressivo e brutale come un ex-militare, all’apparenza odioso ma che presto si rivelerà una pasta di ragazzo. Non manca una giovane infermiera efficientissima e  molto intelligente, una che vede molto lontano. E questa è una parte della barricata. Dall’altra i vecchi chirurghi e i primari rampanti, il cui interesse principale è la salvaguardia delle loro carriere e il lato finanziario dell’ospedale. Sul piatto, una critica feroce dei servizi sanitari statunitensi, lontani anni luce dal benessere dei pazienti, dediti unicamente al profitto e spietati verso chi non può permettersi i costi esorbitanti delle cure mediche. Molti personaggi, tutti perfettamente definiti  ma non stereotipati, hanno ruoli narrativi non di semplice contorno, ma sempre funzionali allo sviluppo della vicenda che si muove su binari abbastanza consolidati, ma sempre nei limiti della verosimiglianza. Insomma, non appaiono per ora all’orizzonte le derive della consunzione che hanno guastato serie eccellenti come ER e Doctor House
The Resident ci riconcilia con il nostro servizio sanitario pubblico: più e più volte ci si rallegra di non dover cadere nelle mani dei numerosi squali incompetenti che pullulano nel lucente ospedale americano, classista e stolido. Confortati anche dall’umanità, un po’ stralunata ma paziente, che abbiamo appena visto nell’ospedale italiano, imperfetto ma tenace, della Linea Verticale.
di Daniela Goldoni