Al Palazzo Roverella di Rovigo è allestita, fino al 1 luglio 2018, una Mostra dal titolo “Cinema! storie, protagonisti, paesaggi” curata da Alberto Barbera che vi ha portato la sua grande competenza e l’occhio critico di un grande direttore di Mostre, come quella di Venezia.
Un’ampia rassegna, focalizzata sull’area del Polesine. Del rapporto Cinema- Po me ne occupo da moltissimo tempo ed il Catalogo, nel suo Colophon, ricorda alcuni volumi che documentano le mie ricerche sull’argomento. In particolare “Là dove scende il fiume.
Il Po e il cinema” (Aska edizioni, 2010) in cui documento l’esistenza, fino ad allora, di 530 opere (film, documentari, cortometraggi, servizi televisivi) che hanno il grande fiume italiano come protagonista o come sfondo, dal Monviso al Delta. “Sua Maestà il Po”, come lo definisce il regista Giuliano Montaldo, nella prefazione al mio libro, quel Po che un personaggio del film “Prima della rivoluzione” (1964) di Bernardo Bertolucci afferma che “anche se nascosto dietro gli alberi, uno se lo sente sempre addosso”. “Un fiume di celluloide” il Po che ha attirato l’attenzione del cinema già dalle sue origini per raccontare avvenimenti, vicende storiche, umane, sociali e politiche che lo hanno avuto come testimone a dimostrazione di una presenza profonda nell’animo dei suoi abitanti o di chi lo scopre fino ad innamorarsene, come Cesare Zavattini che lo considerava “il padre, la madre, la terra”.
L’esposizione alla Mostra di Rovigo, testimonia l’interesse verso il territorio polesano di autori come Luchino Visconti e Michelangelo Antonioni che per primi lo “scoprirono” sullo schermo rendendolo protagonista, rispettivamente, in “Ossessione” e in “Gente del Po”, girati tra il 1942 ed il 1943, dando vita così a quel movimento neorealista che tanto prestigio ha dato nel mondo al cinema italiano.
Ma nel Polesine, area veneta  ed area ferrarese,  hanno  ambientato alcune loro opere registi come Roberto Rossellini con le intense immagini di “Paisà”(1946), Alberto Lattuada (“Il mulino del Po”,1948,dal romanzo di Riccardo Bacchelli  che ha avuto trasposizioni televisive, 1963 e 1971, con Sandro Bolchi) , Florestano Vancini , i cui documentari sul Delta avevano un’impronta neorealistica, e che in quel territorio è ritornato anche con alcuni suoi  lungometraggi, Giuliano Montaldo con la trasposizione sullo schermo del romanzo resistenziale “L’Agnese va a morire” di Renata Viganò, Pupi Avati che vi ha ambientato la vicenda horror di “La casa dalle finestre che ridono”(1976) ritornandovi successivamente con “Le strelle nel fosso”(1978),”Aiutami a sognare”(1981) e “Il testimone dello sposo”(1997), Ivan Zuccon, poco noto in Italia, che al genere horror ha dedicato finora ben sei film ambientati in Polesine, Tinto Brass con la vicenda anarchica di “La vacanza”( 1971).
Ma anche Gianfranco Mingozzi con la storia dei due fratelli che portano il cinema nei paesi della bassa negli anni in cui il fascismo tendeva a soffocare ogni istanza libertaria, e le opere di Giuseppe De Santis (“Caccia tragica”, 1947), Goffredo Alessandrini e Francesco Rosi (“Camicie rosse”, 1952), Giuseppe Bertolucci (“I cammelli”, 1988), ed altri fino alle opere più recenti di Mario Brenta e Karine de Villers, Ferdinando De Laurentiis, Elisabetta Sgarbi. Particolare attenzione della Mostra a Scano Boa, “l’isola che non c’è”, che Gian Antonio Cibotto ha reso famosa con un suo romanzo che è stato trasposto sullo schermo nel 1961 da Renato Dall’Ara e nel 1996 da Giancarlo Marinelli ma che il cinema aveva reso noto con il documentario realizzato nel 1954 da Renato Dall’Ara del Cineclub Rovigo in cui portava sullo schermo una storia vera, quella di una partoriente che dà la luce una bambina in una barca che trasporta un   morto al cimitero.
Era un’opera cineamatoriale, ed a questo cinema fatto allora da appassionati che si cimentavano con la macchina da presa che hanno ambientato nel Polesine alcuni loro cortometraggi, la Mostra ha dato spazio documentando anche opere di Fabio Medini (”Uomini del Delta”,1964, realizzato insieme a Antonio Bonetti, Tito Ferretti, Paolo Micalizzi), Antonio Bonetti (“ L’isola bianca” e L’attesa”, entrambi del 1969). Ampio spazio anche a “La donna del fiume” (1955), il film di Mario Soldati che ha lanciato a livello internazionale Sophia Loren, la cui fase più drammatica, quella della morte del figlio è stata girata a La  Pila, nel Polesine. Ma anche a Carlo Mazzacurati che in quattro film (da “Notte italiana” del 1987 a “La giusta distanza” del 2007) ha rappresentato l’identità polesana al cinema.
Un territorio da scoprire, i cui confini geografici, veneti e ferraresi, si confondono in un unico Delta che il cinema ha contribuito a rendere noto e che continua a farlo grazie al fascino di un paesaggio unico.
di Paolo Micalizzi