Che fare in una domenica uggiosa a Roma? Rifugiarsi in Rai nella storica sala A di via Asiago per un bel film a porte chiuse distribuito da IWonderPictures, casa di distribuzione a Bologna, legata a Biografilm Festival.

RaiRadio2 sta promuovendo un film al mese dedicato a grandi storie, così domenica scorsa è toccato a “Rumble – Il Grande Spirito del Rock”, film vincitore del Premio del pubblico – Musica a Biografilm nel 2017 e del Premio speciale della giuria al Sundance 2017.

I registi Catherine Bainbridge e Alfonso Maiorana nel tempo del film, per ovvie ragioni tropo breve rispetto al corso della storia, colpiscono nel segno: far capire agli spettatori quanto ci sia della musica e dei suoni dei nativi americani nella musica moderna, in quella che chiamiamo RockandRoll o Blues.

Proprio da Rumble di Link Wray si dipana il racconto, questa musicalità penetra ovunque persino negli altoparlanti delle scuole, Iggy Pop dice che rimase folgorato da quel suono e proprio in quel momento decise che voleva intraprendere la carriera di musicista. Altri musicisti nativi americani, invece, sentono in Rumble le musicalità dei loro canti tradizionali.
“Rumble” fu l’unico pezzo strumentale ad essere censurato: quella cadenza così incombente, quel suono così audace, venne interdetto dalle radio per paura che potesse istigare alla violenza. Tra l’altro, “rumble” è anche un termine dello slang inglese per “lotta tra gang”.
Il racconto musicale è declinato nel contesto storico, dove a volte dichiararsi “indian” era peggio che essere “colored”: all’occorrenza, così chi era abbastanza scuro di carnagione si spacciava per nero, mentre chi aveva tratti più messicani si faceva passare per ispanico. All’epoca il governo americano inviò diversi etnologi nelle riserve per registrare canti e suoni tradizionali delle diverse etnie, poiché si pensava che presto quei suoni, canti e musicalità tradizionali sarebbero andati perduti.
Le musicalità di Charlie Patton furono innovative e scopriamo essere nate dalle necessità storiche: nei campi di cotone, infatti, era vietato suonare il tamburo poiché il suono di questo strumento si poteva sentire a distanza e poteva essere utilizzato dai lavoratori per inviare messaggi, comunicare e quindi organizzarsi per delle rivolte. Di conseguenza si potevano suonare solo strumenti a corde. Charlie Patton non si limitò a suonare le corde della sua chitarra ma iniziò a tamburellare sul suo strumento per l’esigenza di tenere il ritmo della musica, utilizzando la chitarra proprio come un tamburo. Ecco come nasce questo nuovo suono, successivamente ripreso dal funk.
E sono moltissimi gli altri nomi che emergono di musicisti che hanno origini native-americane: partendo da Charlie Patton, passando per Jimy Hendrix, Mildred Bailey e Randy Castillo fino a Taboo dei Black Eyed Peas. L’eredità musicale dei nativi americani che si è tentata di cancellare, è presente più che mai.  Dopo aver visto questo documentario, la musica che eravamo abituati a sentire non avrà più lo stesso suono.
L’unico appunto finale sorge da linguista. Sebbene i titoli dei film siano spesso scelte stilistiche e adattamenti per il mercato dove i film devono essere distribuiti, perché non lasciare la parola “indiani”? Il titolo originale è più esplicito e riflette la rivendicazione musicale perpetrata nel film, in italiano “il grande spirito” è evocativo ma implicito, quindi richiede un maggior passaggio mentale, che va a smorzare la forza di rivendicazione sostenuta dal film. Anche se i tempi sono cambiati, sembra quasi che il mercato italiano sembra aver accolto invece il consiglio che gli anziani Mohawk davano al chitarrista Jaime Robbie Robertson  “Sii fiero di essere un Indiano, ma attento a chi lo racconti”.
Ad ogni modo: viva gli indiani d’America che portarono il Rock nel mondo.

di Clara Longhi