Nel 2010 inizia a circolare il nome di Ernest Cline, poeta, sceneggiatore per il cinema che aveva appena venduto un suo script (Fanboys, per la regia di Kyle Newman) e messo online un video diventato presto virale: Dance Monkey Dance (che vi consigliamo di andare a vedere su Youtube). Nello stesso anno Cline pubblica anche il suo primo romanzo, Ready Player One, che in pochi mesi riscuote un successo platenario, diventando il testo di riferimento per la generazione della pop culture. La Warner Bros Pictures ne acquista i diritti cinematografici, ma il progetto subisce dei rallentamenti, dovuti soprattutto agli ingenti costi previsti, anche e soprattutto per la necessità di pagare i diritti sulle icone generazionali copiosamente citate nel libro. In più si voleva essere certi di mettere la storia nelle mani giuste, affidandola ad un regista che fosse in grado di coglierne in toto la visione.
E come non scegliere allora il Maestro, colui che ha forgiato l’immaginario cinematografico (e non solo) degli appassionati del genere pop fantascientifico dagli anni ’80 in poi? Come non puntare tutto sul padre di capolavori come Incontri ravvicinati del terzo tipo e ET? Steven Spielberg era l’uomo giusto, il solo in grado di rappresentare pienamente la visione pop di Cline. E, come ormai ci ha abituato con tutti i suoi lavori, Spielber ci regala un altro capolavoro con il suo Ready Player One, nelle sale dal 28 marzo.
La storia intorno alla quale ruota Ready Player One potrebbe sembrare banale, a tratti già vista. Siamo nel 2045, in un futuro nemmeno troppo lontano, ma in cui la Terra risulta distrutta e la sua società destinata all’oblio. L’umanità che cerca di fuggire dalla sua decadenza, rifugiandosi in un mondo parallelo, Oasis, la realtà virtuale che è lo scenario di un videogioco a realtá aumentata creato dal visionario James Halliday, divenuto icona e riferimento quasi divino della popolazione mondiale. Nel momento della sua morte, Halliday non smette di giocare, promettendo la proprietà della sua multimilionaria società e tutta la sua fortuna al giocatore che per primo troverà un Easter egg che lui stesso ha nascosto dentro Oasis. Da qui parte una vera e propria lotta di avatar alla ricerca dell’uovo per la conquista non solo del premio finale, ma anche del proprio riscatto sociale.
Ve lo avevamo detto: niente di nuovo. Se non fosse che questo è solo lo spunto iniziale, del romanzo come del film. Il motivo per il quale Ready Player One non può  che essere giudicato un capolavoro cinematografico sta nel lavoro fatto da Steven Spielbergnel realizzarlo. Non è solo un omaggio alla generazione dei nati negli anni ’80. Anche un millennial non riuscirà a evitare di stare incollato allo schermo, senza minimamente percepire di trovarsi di fronte ad un film di ben 2 ore e 20 minuti (che sembrano volare, veloci come il Millenium Falconlanciato nell’iperspazio). Non è nemmeno perché è un film che sembra pensato per essere cucito addosso al più inguaribile dei nerd da sala giochi (che qui trova comunque dignità e riconoscimento). Il motivo principale per il quale non potremo fare a meno di ricordarci di questo gioiello della pop culture e della fantascienza che è Ready Player One è che qui Steven Spielberg sembra voler chiudere i conti con il suo passato e fare un bilancio delle principali caratteristiche e tematiche che definiscono TUTTA la sua cinematografia. Ritorna a raccontarci le vicende di un gruppo di post-adolescenti, delusi, arrabbiati, scoraggiati, ribelli, che piuttosto che accettare di essere abbandonati e incompresi nella realtà si reinventano, cercando riscatto attraverso i loro avatar. E ci sentiamo un po’ tutti come membri degli High 5, i Gunter capitanati da Parzival/Wade Watts che sceglie una DeLorean per sfrecciare dentro Oasis e sa tutto del suo idolo Halliday. Siamo la coraggiosa Art3mis,  che non ha paura di combattere in un mondo fatto da e per gli uomini, ma che si vergogna e cerca piuttosto di nascondere le sue fragilità. Siamo quelli che spesso si nascondono nel mondo virtuale perché che “la realtà è bella. Perché la realtà è reale” proprio non riusciamo ad accettarlo.
Solo Spielberg poteva regalarci un film fortemente politico (critica della società, senso di abbandono generazionale, consumismo elevato a valore unico, paura e rifiuto della diversità) incastrando magnificamente alcuni tra i principali miti del nostro immaginario culturale e cinematografico. Una corsa tra macchine che devono sfuggire al TRex di Jurassic Parke a un King Kong che scende appositamente dal suo grattacielo per prendere a pugni i bolidi che gli sfrecciano davanti. Il Gigante di Metallo usato come armatura per sentirsi invincibili. La trasformazione di uno dei protagonisti in Gundam, che si sa che per molti di noi a salvarci possono essere solo i robot. Chuckie, La bambola assassina che dal 1988 è protagonista di alcuni dei peggiori incubi di molti 30-40enni di oggi, usata come inevitabile arma segreta di distruzione. I Gremlins che si uniscono all’esercito dei Gunter per sconfiggere il nemico Nolan Sorrento, proprietario della IOI, che vuole trovare l’Easter egg per impossessarsi della società di Halliday e riempire Oasis di spot pubblicitari per trarne profitto. I miti della musica, con il film che inizia sulle note di Jump dei Van Allen e rende omaggio al Re del pop Michael Jackson facendo indossare al protagonista la tuta rossa di Thriller.
Ma l’apice dell’omaggio alla pop culture Ready Player One lo raggiunge con una scena in particolare. Un livello nascosto, che gli High 5 devono superare per poter ottenere la seconda chiave, usando come campo di gioco un luogo iconico come lo spaventoso Overlook Hotel  di Shining. Qui l’omaggio non è solo sul piano generazionale. Qui il film rende onore a tre grandi della cultura anni ’80. Stephen King, il Re dell’Horror che lo ha scritto, trovatosi a rinnegare la trasposizione cinematografica del suo romanzo, realizzata da Stanley Kubrik. All’omaggio a questi due grandi si unisce quello a un grande amico di Spielberg (perché bisogna pur sempre ricordare, come ci dice Wade, che “nessun uomo è un fallito se ha degli amici”), Robert Zemeckis, il primo ad aver sperimentato la tecnica di prendere un girato originale integrando al suo interno personaggi digitali. Zemeckis lo fece in Ritorno al futuro IIe in Forrest Gump. Spielberg fa lo stesso con alcune scene di Shining, lasciandone invariata anche la definizione sgranata tipica della pellicola e portandoci dentro gli iper digitali avatar di Ready Player One. Il risultato è un innesto perfettamente riuscito tra ciò che più abbiamo amato della cinematografia del passato e ciò che speriamo possa diventare quella del futuro. Il regista di capolavori come Chi ha incastrato Roger Rabbit, Polar Express, Cast Away, i tre episodi di Ritorno al futuro e tanti altri qui viene citato anche in un altro modo, dando il suo nome a una delle armi comprate da Parzival, il Cubo di Zemeckis, in grado di far tornare indietro il tempo di 60 secondi su Oasis.
Il film non trascende mai nella violenza, se non restringendola alle esigenze da videogioco in chiave sparatutto e lasciandola relegata al mondo virtuale, non concepita, se non nella sua profonda crudeltà, nel mondo reale. Ready Player One non perde mai il ritmo: velocissimo nei momenti di azione, ma in grado di rallentare per permettere al pubblico di percepire al meglio la psicologia dei personaggi. Gli effetti speciali, magistrali, sono perfettamente integrati e mai esagerati, lasciando un respiro realistico anche all’interno di un mondo totalmente virtuale.
Uscendo dalla sala le emozioni sono tante, le scene continuano a girare nella mente. E resta la voglia di tornare presto in Oasis, coccolati da papà Spielberg e dai nostri ricordi. Che finalmente ora sono anche nostro presente e potranno entrare a far parte anche del nostro futuro. Perché Ready Player One ce li sta facendo rivangare. Ma li sta anche regalando ai nostri figli.
di Joana Fresu de Azevedo