Nel riascoltare, nostalgici, Telefonami tra vent’anni di Lucio Dalla, dopo aver assistito al trailer dell’ultimo lungometraggio di Francesca Archibugi, vien da pensare che il titolo Il nome del figlio sia stato ispirato da un’altra canzone del compianto musicista bolognese, Futura: considerazione attivata dal nesso comune tra i due brani, come dall’identico immaginario che il buon Lucio, malinconicamente, fotografava nei rispettivi versi.
Il nome del figlio è l’escamotage narrativo con cui l’autrice de Il grande cocomero sceglie di radiografare una cena tra due coppie di amici, cui si aggiunge un quinto compagno di ricordi. In questa situazione si innesca un crescendo di liti e discussioni, battibecchi e incomprensioni, frecciatine e veleni assortiti tra quarantenni in crisi comune. Siamo, si è capito, nella sfera dell’ennesimo “grande freddo,” benché non indotto dalla morte di un compagno di studi, e allietato altresì da un’imminente nascita ch’è, contemporaneamente, sorpresa per i personaggi e per lo spettatore. Salvo che l’indecisione sul nome da dare al bambino è il deus ex machina per una meglio gioventù (ma quanto?) indotta a un rancido ripensamento, come comprova la presenza di Luigi Lo Cascio, ancora una volta nei panni di un professorino.
Se il citato brano di Dalla è quello che i cinque protagonisti riascoltano, danzano e reinterpretano esorcizzando un momento di tensione, la mente torna a un’altra commedia da camera, Breakfast Club di John Hughes: parallelo tutt’altro che ardito, trattandosi di una pellicola al cui centro stava un campionario di volti e caratteri, divergenti ma non troppo, accomunati da un immaginario assuefatto dalla modernità, prossimo all’apatia e all’oblio. Pure, i personaggi de Il nome del figlio sono il capitale umano di un Duemila inoltrato, sparuto e disarmato, dove il confronto e il dialogo sono ostacolati da Twitter, dai social network, dagli iPhone. Ed è grazie a uno di questi, racchiuso in un modellino a forma di elicottero, che i figlioletti di una delle due coppie scrutano la serata tra adulti: i bambini, come insegnavano Zavattini e De Sica, ci guardano.
Come in tutti i kammerspiel e le situazioni all’interno di una stanza, tra una celia e un colpo di scena, ognuno dei personaggi si confronta e scontra, sottolineando rancori mai sopiti ed insospettate gelosie, inattesi scheletri nell’armadio e sguardi di superficie che finiscono per svelare il proprio reale sostrato. Le citazioni storico-culturali, le vendette revisioniste che puntellano i dialoghi fra i personaggi si mescolano ai toni accesi e alle parolacce. Non manca nemmeno lo scontro fisico. E tuttavia, chi sembra “l’incarnazione della disfatta del nostro Paese” si rivela la più vulnerabile delle personalità nella maniera in cui, di fronte a una raggelante verità, la figura in apparenza più felice e/o riservata trova il coraggio di mandare tutti a quel paese.
Il nome del figlio è un big chill testimoniato dalla ricorrente presenza di flashback, tesi a mostrare Paolo, Betta, Sandro, Simona e Claudio durante infanzia e soprattutto adolescenza, fungendo da contrappunto negli episodi in cui l’Archibugi vuol metterne a fuoco stati d’animo ed inquietudini, ponendo l’accento sul motivo del loro egoismo e rancore, così come la discrepanza tra il Prima (la giovinezza, le spensieratezze) e il Poi (quello cui si assiste). Quasi lo spettatore assistesse a un come eravamo mescolato a una casa dalle finestre che piangono in stile Pupi Avati. E se di quest’ultimo, in tema di pellicole da camera, un’altra menzione verrebbe da fare con Regalo di Natale (e col suo sequel-remake), occorre dire che Il nome del figlio non ne ripropone il piglio, tantomeno il vetriolo. Forse, nemmeno la cattiveria del prototipo di cui il film è il secondo adattamento per lo schermo: la commedia Le Prénom di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte. E stabilito che la causticità dei testi francesi non sempre si ritrova nelle loro trasposizioni, statunitensi o italiane, la corrosività con cui la regista romana e lo sceneggiatore Francesco Piccolo descrivono questi orfani degli anni Settanta-Ottanta si riscontra in superficie, priva tuttavia di autentica mordacità o di quella zampata à la Risi, seppur caricaturale, che fa la riuscita delle opere di Paolo Virzì.
Il nome del figlio si riduce a un compitino dignitoso, ben confezionato: eppure troppo preoccupato di graffiare in profondità e – come sovente accade negli ultimi tempi – per certi versi somigliante a un format televisivo, suggerito anche dalla prova di alcuni interpreti. Ancora, l’Archibugi non sembra possedere la giusta dose di cattiveria, il pepe di prodotti quale Festa per il compleanno del caro amico Harold di Friedkin, laddove, non per niente, meglio se ne individua il piglio di autrice nelle parentesi delicate, intimiste. E il colpo d’ala conclusivo, che riconduce la narrazione su un registro non tanto moralista quanto edificante, piace pensarlo come a una nuova questione di cuore.
di Francesco Saverio Marzaduri