È successo di nuovo. E per la quinta volta consecutiva. Dopo Gravity, Birdman, Spotlight e Lalaland un film presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia vince un Oscar. Ma nel caso di The shape of water si aggiunge un primato nello strettissimo legame tra Festival di Venezia e Academy Awards: è la prima volta che il vincitore di un Leone d’oro a Venezia ottiene anche l’Oscar per il miglior film.
In fondo, il nuovo film di Guillermo del Toro era dato tra i super favoriti di questa novantesima edizione degli Oscar Awards. A stupire forse è stato il fatto che, dopo aver ottenuto il maggior numero di nomination nella storia del premio (ben 13), La forma dell’acqua riesce a portare a casa solo 4 statuette: miglior film, miglior regia a del Toro, miglior colonna sonora a Alexandre Desplat e miglior scenografia a Paul D. Austerberry, Jeffrey A. Melvin e Shane Vieau. Ciò non toglie che Guillermo del Toro sia riuscito, come prima di lui aveva già fatto Innaritu, a dimostrare che non sia sufficiente minacciare la costruzione di un muro di confine per bloccare l’ondata che il cinema messicano d’autore sta gettando nel panorama statunitense, e non solo.
Ma questoLa forma dell’acqua non meritava un così importante e imponente premio. Non con capolavori come Tre manifesti a Ebbing, Missouri (che, comunque, porta a casa le statuette per le meravigliose interpretazioni di Frances McDormand – migliore attrice protagonista – e di Sam Rockwell – miglior attore non protagonista) o Il filo nascosto (l’Academy continua a dimostrare di non voler premiare il bravissimo Paul Thomas Anderson, forse giudicando la sua cinematografia ancora troppo elitaria per un premio mainstream come gli Oscar) o il biopic L’ora più buia (premiato però per l’ineguagliabile interpretazione di Gary Oldman nei panni di Winston Churchill) o il fantastorico Dunkirk di Christopher Nolan(che però si aggiudica i premi tecnici per gli effetti sonori e per il montaggio).
L’Academy sembra piuttosto aver voluto premiare il film più facile. Quello che meno avrebbe potuto portare a discussioni e dibattito. Quello che, tra gli altri in concorso, si è limitato al racconto di una consueta storia di amore e contrapposizione tra agenzie statunitensi e sovietiche, seppur con l’inserimento di uno di quei mostri che, come spesso dichiarato dal regista stesso, accompagnano del Toro sin da quando è bambino.
La forma dell’acqua risulta un film banale e scontato, fino ad un happy ending da favola disneyana nel suo essere futile ai fini dello svolgersi dalla trama, che appare eccessivamente gotica e con punte di fantasia che non raggiungono comunque il livello di altre visionarie opere di del Toro. La sfortunata Elisa (una a tratti inespressiva Sally Hawkins), abbandonata alla nascita, muta e intrappolata in un mondo di silenzio e solitudine, trova un argine alla sua sensazione di incompletezza nell’amore impossibile con il mostro, una creatura anfibia che viene portata nel laboratorio di ricerca in cui fa la donna delle pulizie. Nel suo piano per salvare il suo ‘amante’ viene aiutata dall’amica e collega Zelda (Octavia Spencer, non magistralmente diretta, il che implica che le sue consuete esagerazioni interpretative non vengono qui attenuate) e dal vicino omossessuale e confidente Giles (un Richard Jenkins che qui, a differenza del resto del cast, offre una delle sue migliori interpretazioni).
Tra la ricerca di dare un tono politico al film (il tentativo diannientare e allontanare il diverso, la condanna della tortura, la discriminazione dei gay sul lavoro), qualche incursione nella vecchia diatriba da Guerra Fredda tra agenzie statunitensi e sovietiche (con tutti i cliché del caso) e incursioni di brani musicali che mirano più a strappare qualche lacrima in più che a accompagnare i personaggi nella trama, La forma dell’acqua appare come un malriuscito tentativo di unire la storia de La Bella e la Bestia di disneyana memoria al pathos in chiave fantasy dato da Il mostro della laguna neradi Jack Arnold (1954), a cui Guillermo del Toro spudoratamente si ispira per realizzare il suo mostro.
Il film, seppur effettivamente vanti una scenografia eccelsa e una fotografia  in grado di tenere alta l’attenzione dello spettatore, non è altrettanto in grado di far appassionare per la sua storia, troppo banale, che sa di già visto in tanti altri film, magari meno blasonati e mainstream.
Ma, probabilmente, in un’epoca già lungamente funestata dagli scandali derivati dal caso Weinstein, dalla necessità di riportare il tutto ad una dimensione che sia il più politically correct possibile e nel corso della cerimonia degli Oscar Awars più noiosa e timida a cui si sia assistito negli ultimi anni, la storia della principessa triste e sfortunata e del suo amabile e amato mostro raccontata da Guillermo del Toro ne La forma dell’acqua è la sola che avrebbe potuto risultare vincitrice senza creare troppo scompiglio. Sperando che non sia indice di un rinnovato appiattimento di un cinema che invece ci stava regalando barlume di profondità e capacità di analisi.
di Joana Fresu de Azevedo