“E se finirai perché lo so che finirai
                                                                                              Da qualche parte arriverà un altro amore, amore, amore
                                                                                              Ho aspettato mille anni
                                                                                              Aspetto altri mille anni
                                                                                              Per veder che faccia hai
                                                                                              Adesso dimmi dove sei
                                                                                              e perché non ti ho trovato mai.”
                                                                               
  LUCIO DALLA, Cinema
“Un uomo come me / si allontana di sera / credeva fosse inverno e muore a primavera…” Uno degli inevitabili, macabri giochi che si fanno quando se ne va un grande e amato artista, di quelli la cui musica è parte della colonna sonora della nostra esistenza, consiste nell’individuare il brano che meglio armonizza il suo sguardo sul mondo e la sua dipartita. E ciò, non necessariamente in filigrana. Nel caso di Lucio Dalla, dalla cui scomparsa ci si sorprende siano volati già sei anni, chi scrive confessa che la prima canzone a cui pensa era la malinconica, struggente E non andar più via. Come se l’eccentricità di un piccolo uomo, alle prese con la quotidianità e i malesseri conseguenti, fossero già stabiliti, come semplici e preziose eredità, in quei versi dove note dolenti accompagnavano una nuvola in fuga verso un infinito carico di nostalgia ed incertezza.
Eppure, proponendosi di riesaminare il personaggio Dalla nelle poche apparizioni sul grande schermo da lui concesse, a conferma di un’ineguagliabile multiformità dell’artista, fa specie ripensare ai versi conclusivi di Un uomo come me, scritta insieme a Paola Pallottino e incisa nel 1971 per l’album Storie di casa mia, dal momento che neppure le menti sensibili e pensanti sono in grado di programmare con esattezza la propria fine. È, ancora una volta, il Fato, con le sue casualità e i suoi tragicomici schemi a permetterlo. E Lucio si è spento in un mattino di marzo, tre giorni prima di compiere sessantanove anni, eppure non ancora primavera. Anche se lo springtime poetico e artistico l’aveva già descritto, distillato in tanti suoi componimenti, e pazienza se le carte del Destino hanno disposto diversamente. Un uomo come me, dai cui versi conclusivi è opportuno partire, fu impiegata come leitmotiv per una dimenticata commedia a firma Adalberto “Bitto” Albertini, Il santo patrono, dove Dalla vestiva i panni di un giovane prete del paesino di Ponte Paradiso che cercava di convincere i propri parrocchiani a tornare in chiesa dopo che il Vaticano aveva declassato, togliendolo dal calendario, il santo protettore della comunità. Va da sé che le interpretazioni di Dalla al cinema, oggi più che mai, costituirebbero il principale motivo di culto, e in qualche caso l’unico, di pellicole realizzate talvolta da nomi importanti, e talaltra (come nel caso di Albertini) figlie del tempo e del suo spirito, ingenuo e finanche sempliciotto. Il valore di culto non consiste unicamente in Lucio o nei ruoli da lui impersonati, da identificarsi con la stralunata follia del personaggio nel privato e nel pubblico: ma pure nei registi che quel personaggio hanno impiegato per apologhi difficili da classificare, oggetti misteriosi a metà strada tra la favola dolce-amara e il pamphlet politico, e in qualche circostanza niente più che una provocazione.
Che poi a Dalla sia stata dedicata una favola generazionale cui il tempo e il culto hanno reso giustizia, Borotalco di Carlo Verdone, è nella memoria di tutti. E forse proprio la sua presenza extra-diegetica (ma nel contempo diegetica, in relazione al contesto narrato), resta la sua memoria filmica più riuscita, in quanto mitizzata da sogno e illusione. Una memoria che, senza il timore di dirla grossa, persino oscura le principali caratterizzazioni del musicista per il grande schermo, per tacere delle inevitabili partecipazioni nei musicarelli, facendole apparire invecchiate. Dove il pur presente talento è schiacciato dall’icona istrionica e dalla sua filosofica visione del mondo – ora ottimista e picaresca, ora grottesca e disincantata – che sarebbe stata la medesima di un emisfero artistico. La ragione di tale invecchiamento va cercata in un’epoca e in un Paese inesorabilmente lontani anni luce: alla soggettiva volontà di credere in un nuovo spirito di rivalsa politico-individualista, costretto a subire le conseguenze della scomparsa di un capo di partito, si alterna la straniante partecipazione in un feuilleton erotico-adolescenziale di serie B, appiccicata, come un numero di varietà, in un contesto discrepante che non molto ha da spartire con la poesia e il sorriso. Fra un titolo e l’altro, Dalla addirittura si cala nei panni di un avvinazzato clochard dal volto indecifrabile in un horror-thriller di basso livello, Il prato macchiato di rosso (di tal Riccardo Ghione), del quale scrive l’omonimo, gioioso brano che apre e sigla il film. Prima di tornare protagonista di una missione religiosa in un ambiente di provincia, con tutti i più ingenui crismi barricaderi, e ridursi a stravagante cameo di un apologo fantasysospeso tra il Fellini rurale e il Ferreri che, a dispetto del prototipo, non riesce ad essere altrettanto dissacrante. Né andrebbe trascurato il ruolo di narratore-cerniera in una grossolana, trascurabile commedia a episodi (Franco, Ciccio e le vedove allegre, regia di Marino Girolami), in cui, va da sé, fa un’ineluttabile introduzione musicale; o il personaggio di Francis Fitzgerald Grawz che in Little Rita nel West, a firma Ferdinando Baldi, aiuta la pistolera Rita Pavone prima che lei s’invaghisca di un giovane Terence Hill. Ognuno di questi bozzetti costituisce un tassello utile a definire una mitologia, un fenomeno culturale e controculturale già inarrivabile (e adesso, se si vuole, anche di più): che si cimenti o no in performance musicali, che sia doppiato o meno quando recita, Lucio è un po’ tutti e, invero, nessuno di loro. Per dirla con le sue stesse celebri parole, “l’impresa eccezionale, dammi retta, è di essere normale”.
È l’epoca, prima ancora che i registi di tali prodotti, a permettere che una stralunata parentesi, come una meteora scesa da chissà quale pianeta, rechi l’impressione di un ápeiron, di un enigmatico e non meglio identificato oggetto. Se poi quell’epoca di tenerezza consentiva di tutto, e la voglia di ribellarsi al Sistema conformista non intaccava più di tanto la concessione al sogno nella più ingenua, quando non malfatta delle confezioni, viene da sorridere e commuoversi. E pensare che del fattore-curiosità, allora così insistente in qualsivoglia contesto, oggi non è rimasta che una fossilizzata traccia. Non resta che ripensare a quelle partecipazioni, in un complesso di diciassette lungometraggi, rilasciandosi alla sfera della fabula: a pensarci bene, l’ingrediente che meglio di ogni altro permette di raggruppare titoli differenti nella forma, eppure legati dal pattern del sogno a occhi aperti (lo stesso onirismo che il citato Verdone, a mo’ di matrice, avrebbe astutamente individuato per Borotalco). Dopotutto, anche l’ultima apparizione di Dalla per il cinema, Quijote dell’artista transavanguardista Domenico “Mimmo” Paladino – qui all’esordio dietro la cinepresa – andrebbe visto come un giocoso (con)tributo al mito di Cervantes in chiave surreale, dove Lucio si cala con spirito nei panni di Sancho Panza. Per tacere della fiction televisiva Artemisia Sanchez, in cui oltre a comporre le musiche – operazione sovente condotta per il grande e il piccolo schermo – interpreta il vescovo Falvetti.
A dire della concezione di favola, un po’ per combinazione e un po’ no, contribuirebbe anche il cameoda musicista per Questi fantasmi di Renato Castellani. E nell’ambito del cinema d’autore – fermo restando una pellicola datata, troppo debitrice dei dichiarati vezzi godardiani – I sovversivi reca un inalterato desiderio di freschezza dove la coralità di più segmenti intrecciati, con al centro cinque personaggi, è indotta a tirar le somme con funeste realtà. Realtà che pongono a disagio gli schemi controcorrenti dei protagonisti, e in qualche caso il bonario candore, conducendone le speranze a una crisi che impone amari ripensamenti. Come nel caso di Ermanno, laureato in filosofia, che lavora con Muzio nel suo studio fotografico: mentre questi è fedele al partito, Ermanno (l’interpretazione più rilevante di Dalla) si rivela, già nel corso dei funerali di Togliatti, ribelle e anticonformista. Il suo percorso è oggetto narrativo destinato, come quello dei quattro compagni, al fallimento. E le sue lacrime da “ventitreenne che dimostra quarant’anni,” nella folta folla che assiste alle esequie di Togliatti, manifestano un pensiero irrequieto e contraddittorio, la cui anima – nel film messa letteralmente a nudo come il suo corpo – incappa nella volontà di far qualcosa. Ma il suo gesto, che poco manca di scatenare una rivolta durante il corteo funebre, è presto sedato per non rovinare l’atmosfera dell’evento. La deflagrazione è etichettata come fuori luogo, un po’ come accade agli innumerevoli paradigmi del partito di sinistra. Eppure si tratta di un’azione-meteora in un contesto conformista e uniforme, sempre uguale a sé stesso, dove le teorie restano belle parole e la pratica si rivela tutt’altro. La varietà di accenti in controtendenza che Dalla conferisce al personaggio tratteggia un trascorso difficile, dalla problematica e osteggiata unione con una donna più grande alla rinuncia a una carriera accademica. E il ritratto che ne consegue è la proiezione di un turbamento agli antipodi dell’Italietta spensierata immortalata da Carosello, simulacro nazional-popolare di un Paese e di un’era che, nel proprio consumismo, abbisogna di quel gramo barlume di fiducia favolista, ridotto a una manciata di minuti, per dissipare alcune lancinanti premonizioni. Proprio i Taviani chiedono a Lucio di rivestire i panni dell’aspirante fotografo à la mode dopo averlo diretto in un Carosello che lo vedeva scanzonato clarinettista e voce del complessino I Flippers, mentre girovagavano per le strade a ritmo di swing.
Se la contestazione sessantottina finisce per far da pretesto anche a basse produzioni o a confezioni sciatte, nel fotoromanzo Amarsi male (conosciuto anche col titolo di Brucia, amore brucia) di Fernando Di Leo, Lucio è chiamato a rifare il personaggio di Ermanno con in più i ghiribizzi, le stravaganze, le follie del personaggio-mito tipico, e non a caso qui porta il suo nome anagrafico. La presenza di Dalla in questo fotoromanzo soft-erotico molto tedioso, e per nulla pruriginoso, è il solo motivo d’interesse e le sue apparizioni, come assortiti gag televisivi, hanno il solo compito di sdrammatizzare un abusato impianto narrativo: il ménage à trois tra uno studente d’architettura politicamente impegnato e prossimo a laurearsi, la fidanzata figlia d’un ricco imprenditore e una donna più matura, segretaria e amante dell’industriale, con cui il giovane intreccia una breve relazione. Nella vicenda, Lucio è il fool che, amico dei protagonisti, mangia da solo la foglia lasciando che la cosa gli rimbalzi addosso senza intaccarlo: non si fa scrupoli a manifestare come la pensa a chi s’infila nell’intrigo (“Guarda che a me di te non me ne frega niente, eh?”), ma non approfitta di chi, abbandonata in una situazione infelice, gli si propone con avances. Il ruolo è quello di un libertino slegato dal conformismo, ma il suo marcato eclettismo finisce per rubare un’attenzione peraltro scarsa, rischiando di essere debordante, tanto che è il plot sentimentale a passare in secondo piano e non viceversa. Un impietoso Mereghetti, tuttavia, lo definirà “penoso come macchietta comica”.
Del picaresco, che si risolve in una scanzonata e innocua avventura per ragazzi, ha il citato Il santo patrono, dove pure la trama è solo alibi per una lunga serie di sketch, perlopiù di grana grossa e dagli altalenanti risultati. Le autorità ecclesiastiche si accingono a sostituire il patrono di un paesino di montagna, santificato per errore, con un altro santo: ma la popolazione insorge. È soprattutto l’intervento di alcuni bambini, insieme al sacerdote don Arcadio, a sventare il piano di alcuni malfattori che speculano sulla presunta preziosità della reliquia di San Satiro vedovo, prima di allestire nel proprio ritrovo una sorta di piccolo santuario, facendo credere che uno dei bimbi sia stato miracolato. Per rendere l’effetto ancor più reale, fanno lacrimare sangue finto dagli occhi della statua e l’idea potrebbe mutare la decisione della curia. Il film si conclude con i paesani e il sacerdote che, accorrendo per rendersi conto dell’accaduto, assistono increduli fra la gente stupita e i devoti che piangono e si prostrano con offerte dinanzi alla reliquia. Rivedendo il filmetto si sorride teneramente, sapendo che le statue religiose lacrimanti non fanno ormai più notizia né effetto. E Lucio, in mezzo a una combriccola di fanciulli, pare uscito da una confezione camp in stile Avventura, il mitico contenitore RAI pomeridiano della seconda metà degli anni Sessanta: del resto, Dalla fu conduttore di un altro format per ragazzi, Gli eroi di cartone, di cui firmò e incise l’indimenticabile sigla. E ormai niente più che goliardico, benché sempre surreale, è il cameo per l’amico Pupi Avati ne La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone: un contadino malato di tifo da bambino, guarito dopo che la madre l’ha fatto salire sul fico del titolo per chiedere la grazia, che si rifiuta di abbattere l’albero. E che, pelosissimo e a bordo di un trattore, dileggia le prostitute lungo le vie di campagna.
A sei anni dalla scomparsa è inevitabile che il personaggio-Dalla sia divenuto oggetto di ricerca per progetti televisivi e cinematografici, documentari e shorts. Contrariamente alle aspettative, però, è da segnalare che proprio il fattore protagonista dell’assenza restituisce correttamente oggettività al mito, senza il rischio di cadere nel morboso o nel cattivo gusto. Il cortometraggio Anna bello sguardo di Vito Palmieri, per esempio, prende spunto da una fotografia e dai versi di Anna e Marco: l’autore chiede ad alcuni bambini della scuola media “Testoni Fioravanti” di comporre un soggetto su Dalla, e uno di loro, vedendo la famosa istantanea che lo ritrae con Augusto “Gus” Binelli, lo scambia per un cestista. Il che funge da innesco per un’operina di un quarto d’ora, in cui il piccolo Alessio, troppo basso per giocare a basket e troppo timido per conquistare una coetanea, grazie alla foto in questione trova il coraggio per riuscire in ambedue gli obiettivi. Il cortometraggio vuole esplorare i luoghi tipici di Lucio nella sua Bologna, inclusa la via D’Azeglio ove abitava e in cui la gente, tutti i giorni, interrompe il passeggio per ascoltarne le canzoni, cosa che non accade in nessun altra città. Di recente uscita è Caro Lucio, ti scrivo, docu-fictiondiretto da Riccardo Marchesini e tratto da uno spettacolo teatrale di Cristiano Governa, il cui intento risiede nel cambiare la prospettiva, l’angolo d’inquadratura intorno alla narrazione del mito. Lungo un itinerario costantemente in bilico tra fantasia e realtà, sono i “figli,” ossia gli immaginari protagonisti di alcune tra le sue melodie più celebri, a parlare di lui. E a tal proposito va ricordato Senza Lucio, a firma di Mario Sesti: evitando la strada convenzionale del documentario biografico – costruito su sicure basi d’immagini d’archivio e climax musicali di facile impatto emotivo – il film lavora appunto sulle ragioni dell’assenza che un autore così creativo, curioso e istintivamente empatico ha lasciato nei singoli. Si evita il facile pericolo della convenzionalità e del santino buonista, ed è tale assenza a garantirgli il miglior pregio: a parziale garanzia di ciò è il coinvolgimento, in voce fuoricampo e in veste di autore di molte istantanee inedite, di Marco Alemanno. Cifra che, come scrive Raffaella Giancristofaro, assicura all’opera una linea precisa: la volontà di non fare sensazionalismo ma di condividere con la collettività un lutto per elaborarlo. Preservare uno spirito, una comunicazione altra, impalpabile ma presente, con chi non è più in luoghi, ambienti, persone. E il risultato, più simile a un componimento poetico che alla cronaca apologetica di una carriera, è soprattutto un’indagine sull’instancabile ricerca di uno sperimentatore, amante del cinema e di ogni arte performativa. La cui presenza s’individua in due sole riprese, una pubblica e una privata, laddove i filmati di repertorio sono ridotti all’osso.
In un’era già profetizzata e fotografata con rancida ironia in un malinconico brano – quel mondo di cartone dove i “sogni / sono così pallidi e bianchi / e rimbalzano stanchi / tra le antenne lesse / delle varie tivù / e ci ritornano in casa / portati da signori eleganti / cessi che parlano / tutti quanti che applaudono / non ne vogliamo più” – la prematura scomparsa di Lucio è divenuta, in brevissimo tempo, qualcosa di troppo inatteso. Qualcosa di fronte alla quale l’impreparazione ha dovuto fare i conti con la memoria generazionale e la sua colonna sonora: il che spiegherebbe l’impiego di alcune sue canzoni nei recenti Sacro GRA, Il nome del figlio, Nessuno si salva da solo. Se per ricordarlo davvero basterebbe una canzone (o più d’una, a seconda dei gusti) o chi lo sa, chi scrive vuole rammentarne la presenza scoppiettante di energia ed esuberanza nel rockumentary nostrano Banana Republic di Ottavio Fabbri (con un giovane Giacomo Campiotti come assistente alla regia). Nonostante la confezione, elementare ma tipica dello specifico genere, lo si vede al fianco di Francesco De Gregori, di musicisti e roadies sul palco e fuori, in privato e in scena, mentre rilascia interviste o prova le registrazioni. Fattori che non solo testimoniano due distinti sguardi di un’identica medaglia sul concetto di melodia – ruspante e sanguigno l’uno, introverso e finto-snob l’altro – ma rimangono l’imprescindibile testimonianza-specchio di un Paese e un’epoca lentamente volata via: come i fiocchi di cotone che aleggiano in apertura invadendo la stanza dove Lucio dorme, e in chiusura, nel tripudio della folla, a concerto terminato. Volata via come lui, personaggio eclettico capace di improvvise esplosioni e lunari follie, come il bagno in mare con l’immancabile clarino, con cui gioca in costume sulla spiaggia smontandolo, rimontandolo, e descrivendone pezzi e funzioni in un irresistibile grammelot a ritmo di scat. E ancora sedersi pensoso a rimirare il mare al tramonto, o scusarsi in prima persona con gli spettatori paganti per avvertirli che, causa un violento temporale, la serata non potrà aver luogo. Quando non basta(va) saper cantare…
di Francesco Saverio Marzaduri