All’oratorio ci sono sempre andato da bambino degli anni Cinquanta, non certo per fede religiosa. Ci andavo la domenica pomeriggio, subito dopo pranzo, a giocare a ping-pong dove me la cavavo bene, a calcio-balilla invece ero   incapace. A calcio giocavo poco, perché la mamma mi vestiva bene e non dovevo sporcarmi, ma anche lì ero scarso e, dato che sono sempre stato più alto e grosso dei miei compagni, mi mettevano in porta a parare ogni pallone che arrivava, perché sullo stesso campo si giocavano tre o quattro partite contemporaneamente con squadre di venti o trenta elementi ciascuna, in mezzo a un polverone accecante. In realtà io però ero lì per il cinema, non mi perdevo un film, che fosse storico/mitologico con Ercole, Sansone, Maciste, Giasone, Spartaco, Golia, Ursus; un western con i cow boy (i buoni) e gli indiani (i cattivi), e poi film di pirati, di guerra, di fantascienza, mai d’amore, dai preti non c’era. E’ lì che ho costruito la mia conoscenza, lo zoccolo duro della filmografia cosiddetta di serie B, succhiando stringhe di liquerizia arrotolata attorno a una pallina di zucchero, i ghiaccioli, i moretti, scroccando noccioline, brustolini, lupini e altre schifezze che non tocco più da allora, deglutite con gazzosa o spuma. Amavo il cinema, ma non mi piaceva la confusione che si faceva in sala, non sopportavo il tifo quando puntualmente arrivavano i nostri (che non erano i miei) a salvare la carovana dei pionieri dall’assalto degli indiani, che io ho sempre amato, mi dava fastidio quando il film iniziava con la pellicola montata a rovescio o scorrente a metà fotogramma e tutti urlavano “quadro” o “voce” perché il film partiva senza audio. Quelle rare volte in cui lui e lei si baciavano sullo schermo opportunamente si strappava la pellicola, si accendevano le luci e partivano i fischi. Mai che una proiezione andasse liscia, succedeva sempre qualcosa. Per forza, i film arrivavano all’oratorio dopo anni dalle uscite nelle sale cinematografiche, quando avevano abbondantemente superato in termini temporali la prima e la seconda visione, per poi perdersi in cinemini di terza visione defilati in periferia e alla fine le pellicole ormai sfinite, semidistrutte, straziate dai tagli, con l’audio miagolante che tirava da tutte le parti approdavano all’oratorio, ed era un evento quando erano a colori.

All’oratorio ho visto di tutto. I miei preferiti erano i sandaloni: Quo vadis di Mervyn LeRoy (1951), Ben Hur di William Wyler (1959), I dieci comandamenti di Cecil B. DeMille (1959), Ulisse di Mario Camerini (1954), Le fatiche di Ercole di Pietro Francisci (1958) interpretato dal mitico Steve Reeves unto e bisunto dalla testa ai piedi per meglio mostrare il frutto del lavoro di ore passate in palestra da culturista e la sandalona Fabiola di Alessandro Blasetti (1949).

A ruota seguiva la fantascienza, Il pianeta proibito di Fred M. Wilcox (1956) resta imbattuto al primo posto con distacco, il protagonista era Robby, il primo robot della storia del cinema a rispettare le tre leggi della robotica di Isaac Asimov, ci ho fatto una passione per il modellino meccanico semovente caricato a molla, al punto che i miei genitori inteneriti dal mio spiaccicarmi contro le vetrine dei negozi a guardarlo me lo regalarono a Natale, poi Ultimatum alla terra di Robert Wise (1951), La guerra dei mondi di Byron Haskin (1953).

 

A pari merito c’erano i film di avventura con la trilogia di Verne in primo piano, Viaggio al centro della terra di Charles Brackett (1959), 20.000 leghe sotto i mari Richard Fleischer (1954), L’isola misteriosa Cy Endfield (1961), poi Kim Victor Saville (1950), Capitani coraggiosi Victor Fleming (1937), La leggenda di Robin Hood di Michael Curtiz (1938), Scaramouche di George Sidney (1952), infine Tarzan l’uomo scimmia di W.S. Van Dyke (1932) e Jim della giungla di William Berke (1948) con un altro mito come Johnny Weissmuller ex campione di nuoto vincitore di 5 ori olimpici.

 

I western mi piacevano meno ma non mi sono perso la trilogia di John Ford: Il massacro di Fort Apache (1948), I cavalieri del Nord Ovest (1949) e Rio Bravo (1950). Purtroppo ho visto anche La battaglia di Alamo di John Wayne (1960), purtroppo perché sulle note di El Degüello veniva ucciso il mio eroe preferito David Crockett, il grande cacciatore, che indossava un berretto di pelle di procione con la coda dietro.

 

I film di guerra erano molto più interessanti. Preferivo quelli di sommergibili: Duello nell’Atlantico di Dick Powell (1957) resta un capolavoro nonostante la battuta infelice del Capitano Murrell (Robert Mitchum) che, per incoraggiare il marinaio ferito a cui sono state amputate le dita di una mano, dice: “presto tornerai al tuo lavoro di civile”, e lui risponde: “ero orologiaio”; seguono  Destinazione Tokio di Delmer Daves (1943), Inferno sul fondo di Joseph Pevney (1958). Mi piacevano anche quelli che si svolgevano nelle isole del Pacifico, coi marines americani che avanzavano nella giungla immersi fino alla vita nell’acqua delle paludi, con fucili e mitragliatori di traverso sulle spalle, che oltre ai giapponesi dovevano difendersi anche da serpenti, ragni e altre bestie schifose, Guadalcanal di Lewis Seiler (1943), Gli eroi del Pacifico di Edward Dmytryk (1945), Iwo Jima, deserto di fuoco di Allan Dwan (1949), Okinawa di Lewis Milestone (1951).

C’era anche un filone horror fantascientifico, si fa per dire, molto più raro, che andavamo a vedere soprattutto per sentire gli urli delle bambine, La cosa da un altro mondo di Christian Nyby (1951), Tarantola di Jack Arnold (1955), L’esperimento del dottor K. di Kurt Neumann (1958).

Ma questa era la crème della filmografia oratoriana, perché il rapporto “bello-ciofeca” era almeno di 1 a 10. Lì ho visto il peggio: una serie numerosa di film con protagonisti Gianni e Pinotto, Francis il mulo parlante di Arthur Lubin (1950) e i suoi seguiti,

 

il primo Godzilla di Ishirō Honda (1957) fatto con un pupazzetto di pelouche che disfaceva i modellini in cartone dei grattacieli prendendoli a calcioni e alitate, La terra contro i dischi volanti di Fred F. Sears (1956), Assalto alla Terra di Gordon Douglas (1954) coi formiconi giganti, La meteora infernale di John Sherwood (1957) un meteorite vivo che rinsecchiva gli umani, Blob – Fluido mortale di Irvin S. Yeaworth Jr. (1958) la famosa gelatina aliena mangiatutto dalla quale ci salvava Steve McQueen,  L’invasione dei mostri verdi di Steve Sekely (1963) piante aliene carnivore che si staccavano da terra e rincorrevano gli umani per mangiarli, Alì Babà e i quaranta ladroni di Arthur Lubin (1944), Il libro della giungla di Zoltan Korda (1942), Sinbad il marinaio di Richard Wallace (1947), I pirati di Monterey di Alfred L. Werker (1946) e perfino uno Zorro contro Maciste di Umberto Lenzi (1963).

Ovviamente erano tutti film da maschi, ma andavo ugualmente a vedere anche quelli che consideravamo da femmine, soprattutto perché c’erano delle bambine che seguivo da lontano senza trovare  il coraggio di avvicinarle, così mi sono cuccato Piccole donne di Mervyn LeRoy (1949), Torna a casa Lassie di Fred McLeod (1943), Il giardino segreto di Fred M. Wilcox (1949), La signora Miniver di William Wyler (1942), Marcellino pane e vino di Ladislao Vajda (1955), Il mago di Oz di Victor Fleming (1939), con grande disprezzo dei miei compagni.

Quando invece era il turno dei film sui santi e le sante facevo di tutto per sedermi vicino alla porta. Non avrei retto alla vista di film come Bernadette di Henry King (1943), Giovanna d’Arco di Victor Fleming (1948), Nostra Signora di Fatima di John Brahm (1952), Rita da Cascia di Antonio Leonviola (1942), Cielo sulla palude di Augusto Genina (1949), e appena si spegnevano le luci scappavo senza farmi vedere, ma invece di andare a casa andavo al cinema, a vedere quei film che poi il convento non avrebbe passato.

I film da oratorio per me sono rimasti un genere col quale etichetto ancora oggi alcune pellicole suddividendole in: oratorio di serie A, oratorio di serie B, oratorio da femmine, poi c’è un’ulteriore categoria, quella dell’eccellenza, l’oratorio di lusso.

I re indiscussi dell’oratorio di lusso sono: Steven Spielberg, con la saga di Indiana Jones, Lo squalo (1975), E.T. l’extra-terrestre (1982), Jurassic Park (1993), e George Lucas con l’altra saga di Guerre stellari, con loro figurano Caccia a Ottobre Rosso di John McTiernan (1990), Balla coi lupi di Kevin Costner (1990), L’ultimo dei Mohicani di Michael Mann (1992), L’ultimo samurai di Edward Zwic (2003).

 

Nell’oratorio di serie A rientrano: Ghostbusters di Ivan Reitman (1984), Ritorno al futuro di Robert Zemeckis (1985),  Adele e l’enigma del faraone (2010) di Luc Besson, L’avventura del Poseidon di Ronald Neame (1972), Stargate – La porta delle stelle di Roland Emmerich (1994),  The Abyss di John Cameroon (1989), Babe maialino coraggioso di Chris Noonan (1995), Piramide di paura di Barry Levinson (1985), gli Star Trek di J.J. Abrams, le saghe de Il Signore degli Anelli e Harry Potter,  che a me non piacciono ma ne riconosco il valore oratoriano.

Nell’oratorio di serie B finiscono: Excalibur di John Boorman (1981), Avatar James Cameron (2009), Exodus dei e re di Ridley Scott (2014), John Carter di Andrew Stanton (2012), Revenant-Redivivo di Alejandro González Iñárritu (2015), Hugo Cabret di Martin Scorsese (2011), Alice in Wonderland di Tim Burton (2010), 2012 di Roland Emmerich (2009), le saghe de Il pianeta delle scimmie e dei Pirati dei caraibi.

 

Infine i film da oratorio da femmine: Matilda 6 mitica di Danny DeVito (1996), Nanny McPhee- Tata Matilda di Kirk Jones (2005), Belle & Sebastien di Nicolas Vanier (2013), Il GGG – Il grande gigante gentile di Steven Spielberg (2016), La Bella e la Bestia di Bill Condon (2017), Cenerentola di Kenneth Branagh (2015), Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali di Tim Burton (2016), Tutti insieme appassionatamente di Robert Wise (1965).

Sebbene anche la mia formazione sia partita dalla filmografia di serie B posso affermare che non tutti poi diventano Quentin Tarantino.

di Silvano Santandrea