(Phantom Thread, Stati Uniti, 2017. 130’) di Paul Thomas Anderson, con Daniel Day-Lewis, Lesley Manville, Vicky Krieps.
Reynolds Woodcock è un sublime artigiano. E’ il più prestigioso sarto di Londra, negli anni cinquanta. La sua grande casa a più piani è tutto: dimora, atelier, sala prove, salone per sfilate.  Ogni mattina le sue lavoranti attendono davanti al portone l’inizio dell’orario di lavoro, con i loro cappotti neri e i cappellini, sobrie e adatte al momento, pertanto naturalmente eleganti. Il loro padrone le attende, già in camice bianco, le saluta cortesemente e si sposta con loro nell’atelier. Ben presto vestiranno anch’esse l’abito da lavoro bianco, con aggiunta di guanti in tinta se la stoffa da lavorare è chiara.  Siamo lontani dal glamour delle multinazionali della moda, tutto accade su numerosi pezzi unici, pensati per uniche donne. Come avveniva, in quegli anni, sui tavoli modesti delle sarte di quartiere così come nei grandi atelier, che formavano artigiani di valore eccelso. Di sarti e sarte Daniel Day-Lewis riproduce, con esattezza, espressioni e mosse, gesti e dubbi, sforzi e sbuffi nel tentativo di far cadere esattamente una spalla, la fatica di dare forma a tessuti sfuggenti che dovranno aderire e seguire corpi, non sempre perfetti, in movimento. E’ chiaro che per lui le donne sono cose da mettere dentro i suoi vestiti. Trova presto una ragazza, cameriera in un piccolo albergo del sud, il cui corpo corrisponde perfettamente ai suoi
canoni. E da qui si sviluppa un rapporto a due di rara complessità.
Paul Thomas Anderson inventa e mette in scena una storia per nulla univoca.  Tra le mura della casa londinese, set principale a parte alcuni esterni in Svizzera e nella campagna inglese, si muovono tanti temi che suscitano considerazioni per nulla banali. Il rispetto per il lavoro oscuro sui particolari, l’alta considerazione per i materiali, l’attenzione ai dettagli fanno sentire, acuta, la perdita del “fare” come sostegno alla vita quotidiana. Ormai non si “fa” più, o si fa pochissimo. O si fa altro. La perfezione del fare si rispecchia nella perfezione delle immagini. Forse qualche occhio rapido ed allenato potrà trovare qualche errore, magari nella passata di un ago o nella grammatura di una teletta, ma una tale sequenza i fotogrammi perfetti credo sia difficile da riprodurre.  Bisogna risalire al padre di tutte le perfezioni che partono dalle piccole cose, Luchino Visconti, e poi a Stanley Kubrick (che rivive per un attimo nella partita a backgammon, come in Barry Lindon) o a Martin Scorsese dell’Età dell’innocenza (come dimenticare la sfilata dei guanti al guardaroba del Met), ma anche a Sofia Coppola di Marie Antoinette, con la sua festa discronica le cui inquadrature sghembe  si ritrovano qui in un capodanno londinese.
Anderson non sbaglia quasi niente, dal punto di vista formale, aiutato da una troupe eccellente. Dimostra di saper scegliere anche nel cast. Se di Daniel Day-Lewis è facile immaginare la totale aderenza al personaggio, è incantevole la finezza di interpretazione di Vicky Krieps, nel ruolo di Alma, moglie e ispiratrice. Ammirevole è anche Lesley Manville nel ruolo della sorella di Woodcock, sostegno e principale punto di equlibrio per il fratello, dal carattere faticoso e balzano. Al di là della forma infatti c’è anche una storia, per nulla banale, che ha bisogno di ottimi attori per sostenersi.
Aiuta molto Anderson la colonna sonora di Jonny Greenwood. La musica, incessante, innesta, proprio come fili nascosti su una tela, numerosi brani di musica classica su una colonna sonora originale di grande discrezione, oltre che alcune canzoni dell’epoca. Un lavoro minuzioso e delicato, proprio come quello dei grandi sarti. Sarebbe bello scoprire le corrispondenze tra i brani prescelti e lo sviluppo della vicenda, dato che nulla in questo film è affidato al caso. Sarà anche molto bello rivederlo in lingua originale.
Il film è candidato ad un notevole numero di Oscar e sembra fatto apposta per vincerli.
di Daniela Goldoni