Non sono rimasti tanti i registi il cui stile si riconosca sin dai primi fotogrammi di un film. Gabriele Muccino, nel bene e nel male, è uno tra questi. Nonostante i suoi anni e film hollywoodiani. Nonostante negli anni il suo sguardo attraverso la telecamera sia maturato, andando a cogliere aspetti inimmaginabili a inizio carriera, con il postadolescenziale Ecco fatto (1998) e puramente adolescenziale Come te nessuno mai, non a caso scritto con il fratello Silvio, effettivamente adolescente nel 1999 durante la stesura e riprese del film.

Eppure Gabriele Muccino abbiamo imparato a conoscerlo attraverso i suoi film. Ci ha fatto desiderare L’ultimo bacio, ci ha fatto desiderare di urlarlo Baciami ancora, ci ha convinti a lottare per La ricerca della felicità, indagando anche sul nostro rapporto Padre e figlia, quando ancora sentivamo L’estate addosso, sperando di non dover implorare a qualcuno Ricordati di me e dover spendere tutte le nostre Sette anime per poter capire Quello che so sull’amore. Allo stesso modo abbiamo imparato a odiarlo. Perché, crescendo con lui e i suoi film, qualcosa ha iniziato a darci fastidio. Una sensazione, nemmeno troppo latente. Un qualcosa che, più ci avviciniamo ai 40 anni, più cerchiamo di nascondere. E cioè che noi nei personaggi di Muccino ci rispecchiamo sempre di più. E, forse, è questo che spinge molti a criticare (come sempre, più di sempre) questo suo A casa tutti bene. Perché è Muccinismo allo stato puro. E qui lo sprigiona in modo quasi classico, come se volesse fare un omaggio a quella commedia all’italiana che tanto ha dato e che tanto manca al/nel cinema italiano recente.
Di quel filone cinematografico abbiamo tutti gli elementi in A casa tutti bene. Una famiglia (numerosa, sfacciatamente medioborghese, amorosamente intrecciata sotto diversi punti di vista) si riunisce in un luogo simbolico, legato a un passato roseo e felice per tutti i componenti. A questo luogo, l’isola di Ischia (mai citata, ma impossibile non riconoscerne la magica bellezza), i regista è particolarmente legato, in quanto sua madre è ischitana e gli ha tramandato sin da piccolo la passione per quella che nel suo film diventa l’isola che non c’è, da cui, per colpa di un temporale (reale o metaforico che sia), non si riesce a scappare.
Ad unire i protagonisti nel loro latente distacco un lieto evento, la celebrazione delle nozze d’oro di due genitori, visti quasi come delle intoccabili icone, rappresentative di ciò che siamo stati e di ciò che vorremo diventare. Sono Stefania Sandrelli, a cui viene assegnato il ruolo di inossidabile matriarca, convinta di sapere tutto e bramosa di vedere tutti esattamente come lei se li immagina, cioè per forza felici e Ivano Marescotti superbo nel suo saper tenere il ritmo di quello che è l’unico personaggio in controluce tra i protagonisti, apparentemente assente alle dinamiche familiari, ma assolutamente capace di incavolarsi se e quando la famiglia inizia a stargli stretta. Abbiamo tre fratelli, di cui percepiamo l’affetto reciproco e la gioia di ritrovarsi insieme. Ma che nel profondo non si conoscono affatto, il tutto peggiorato dal loro convincersi del contrario. E qui abbiamo i veri pilastri attoriali su cui tutto il film si appoggia. Stefano Accorsi interpreta Paolo, l’artista, quello che ha deciso di disinteressarsi dell’attività di famiglia per diventare uno scrittore. Quello che ci regala la teoria dei primi 20 minuti, quelli che ci dovrebbero bastare per conoscere anche uno sconosciuto. Tranne poi rimandarli in eterno, perché la tentazione di scappare è più forte di quella di farci conoscere. Paolo è lo stesso che, esasperato dall’ansia materna che insiste nel dire di sapere e vedere tutto, le urlerá “Ho 42 anni. Ho fallito tali e in tante di quelle cose. Sei sicura dei vederle tutte?”. Uno Accorsi strepitoso, che, purtroppo, fatica però ad entrare a livello di dizione nella esasperata romanità della sua famiglia per finzione. Romanità allo stato puro e emblema vero del Muccinismo nel film è il personaggio di Carlo, interpretato da Pierfrancesco Favino, che se durante l’ultimo Festival di Sanremo ci ha dimostrato quanto il cinema possa essere rappresentato in tv, qui ci fa capire quanto il ruolo di attore se lo sia cucito magistralmente addosso nei tanti anni di carriera. Favino in A Casa Tutti Bene è Muccino. E lo capiamo quando, durante uno dei suoi (numerosi, esasperati e esasperanti) sfoghi ammette “Io voglio solo che siamo tutti felici”, accompagnato sul finale di battuta da un “porca puttana”, in cui sta tutta l’accettazione di quanto sia impossibile esserlo davvero. E Sara, una istrionica Sabrina Impacciatore (che ha anche collaborato alla stesura della sceneggiatura), la figlia chiamata a tenere i fragili equilibri familiari, sempre sorridente, sempre disponibile per tutti, tranne poi accorgersi di aver vissuto così tanto nella finta felicità della sua famiglia sa aver trasformato il suo stesso matrimonio una finzione.
Gabriele Muccino è (da sempre) bravissimo a dipingere i suoi personaggi primari. Ce li disegna nei dettagli, ci fornisce tutta la gamma dei colori dei loro caratteri, lasciando ai suoi attori un copione perfettamente studiato in ogni particolare, battuta dopo battuta.
In A casa Tutti Bene questo gli riesce anche con alcuni comprimari, ma solo per quelli che affida a interpreti di comprovato spessore. È il caso di un finalmente ritrovato Massimo Ghini, la cui bravura e sensibilità nell’affrontare il personaggio del cugino malato di Alzheimer riescono a evitargli di incorrere nel rischio di apparire poco più che una macchietta. O quello di Giulia Michelini, cui riusciamo a perdonare il fatto di non ricordarci più se sia brava o meno quando non recita il ruolo della coatta romana. Perché sa farlo talmente bene che ce la sua interpretazione ce la godiamo anche (o soprattutto) così.
Gli altri li perdiamo, paradossalmente, nel loro essere la deriva del peggior Muccinismo. Troppo esasperata Carolina Crescentini, a cui qui viene in fondo chiesto solo di fare la Crescentini o meglio il personaggio che troppi registi finora incapaci di valorizzarla le hanno voluto imporre in questi anni. Quasi assente nel suo essere dimessa e schiacciata nel ruolo della ex Valeria Solarino. Troppo ansimante Elena Cucci, persa nel suo amore adolescenziale negato, disposta a non guardare la figlia che piange di fronte alla scoperta del tradimento materno pur di rincorrere il sogno di quell’amore proibito.
In A Casa Tutti Bene il regista fa il suo lavoro. Prepara la scena per i suoi attori. Li indirizza nella caratterizzazione. Pretende dai quarantenni che tirino fuori tutto il profondo malessere della loro generazione, incapace di vivere il rapporto di coppia se non spinti da una visone drammatica della vita. Pretende dalla generazione dei genitori di nascondere sempre e comunque tutto pur di dimostrarsi portatori di una perfezione in cui nemmeno loro credono più. Guarda agli adolescenti come gli unici in grado di comprendere, perché in fondo ancora (illusoriamente) convinti di non poter diventare mai come i grandi che li circondano. Non si preoccupa dei bambini, che sono in scena perché non avere figli a quaranta anni sarebbe indegno di una società che ci vuole maturi e responsabili, ma che rappresentano quel futuro a cui il regista stesso non riesce a guardare.
A Casa Tutti Bene è un film in cui Muccino fa Muccino. E in un’epoca (cinematograficamente, ma non solo) in cui tutti cercano di mascherare la loro vera essenza, forse questo non è un male. Soprattutto se il risultato è quello di un film che, tolte alcune mucciniane esasperazioni interpretative, risulta più che godibile. In fondo, come dice Stefania Sandrelli in una delle sue battute: “Sei ancora in tempo per essere felice. Ancora un po’”.
di Joana Fresu de Azevedo