Di certi inconsueti prodotti, il cinema italiano pare talvolta aver smarrito la ricetta: difficile coniugare i gusti del pubblico odierno con i temi adulti e la voglia di sperimentare.
Il quinto lungometraggio di Gianni Zanasi, La felicità è un sistema complesso, parrebbe suggerire, partendo dal titolo filosofeggiante, l’ambizione di impiparsene altamente di aspettative spiazzate e deluse, o di ammiccamenti prevedibili. La confezione di questo film – la cui idea, ridotta a mezzora, sarebbe ottima per uno short – parrà forse poca cosa, eppure la sostanza, volendo guardare al
presente, dentro e fuori lo schermo, risulta invitante.
Cimentarsi in un apologo sociale, di questi tempi, è operazione a rischio. Lo è raccontare un Paese in cui si parla di jobs act, camuffando con pomposi fonemi ben diverse intenzioni. Lo è parlare della crisi in cui versa l’Italia della disoccupazione e dei negozi che chiudono, del poco incoraggiante futuro cui vanno incontro neolaureati costretti ad adattarsi a quel che si trova.
Il cosiddetto capitale umano, al cinema, si affronta in tono grottesco – come fa Paolo Virzì nell’omonimo film – o lo si sfuma in aneddoto, intriso d’ottimismo ma dal retrogusto amaro. Ci ha provato Gianni Amelio con L’intrepido, senza (voler) riuscire a staccarsi da un modello stile Miracolo a Milano. E una decina d’anni fa ci provò Francesca Comencini, con un titolo sbrigativamente distribuito e poco dopo tolto di mezzo, Mobbing – Mi piace lavorare.
Non sorprende che il nome di Amelio compaia nei ringraziamenti finali dell’opera di Zanasi, benché il modello di riferimento ricordi più il Moretti intimista e sociale. E chi di recente ha visto il mini-film L’impresa di Davide Labanti sa che, nella piccola azienda a gestione familiare, dimissioni e licenziamenti sempre in agguato dipendono da tornaconti personali ed egoismi interessati, che antepongono la logica di ciò che conviene al rapporto umano e professionale. A spuntarla (qualcuno aveva dubbi?) è il sistema del profitto, che muove una società alienante e prevaricatrice.
Talvolta però la giovinezza può collocarsi agli antipodi rispetto alla meccanica freddezza del mercato. In tal senso La felicità è un sistema complesso va accolto come un piccolo gioiello, giacché quanto ha da dire lo afferma con coraggio, concedendo assai al realismo documentaristico e al tratteggio psicologico. Non esente neppure da tocchi grotteschi (come nella sauna-antro in cui il protagonista è affiancato dall’israeliana fidanzata del fratello, presentata come segretaria), il lavoro di Zanasi alterna la visione dell’inferno aziendale ai ralenti onirici di Enrico, ed è appunto l’onirismo a restituire il senso di quella felicità indicata dal titolo che lo stato delle cose fa apparire utopico.
Allo scopo di evitare insuccessi personali e fallimenti aziendali, a Enrico viene l’idea di avvicinare i dirigenti di grandi imprese nazionali onde convincerli alla cessione a terzi dell’azienda. Ma a dispetto di un’analoga figura di sordiana reminiscenza, non sogna la fuga per sfuggire a una routine che tra l’altro gli garantisce benessere. Non è uno che scappa, gli si sente affermare. A differenza del padre, industriale fallito sfuggito alla bancarotta, e dell’immaturo fratello, che gli ha messo in casa la giovane extracomunitaria. Ma, come Antonio ne L’intrepido, sviluppa un’indiretta palingenesi personale che lo porta a star bene e a far star bene, anche grazie a una presenza femminile che rappresenta il futuro, interculturale e costituito da tante giovani mani: la “torta di noi”, intesa come unione, che funge da allegro motivetto musicale sui titoli di coda, e che Enrico improvvisa durante un karaoke, consapevole che l’epoca delle nonne è inesorabilmente lontana dal suo tempo.
Il conflitto tra generazioni può dirsi sano solo se produce discrepanza. E nel bel mezzo di un’altra mischia (non solo quella di una partita di pallone), sulle suadenti note di She’s a Rainbow, Enrico mima felice il moonwalk di Michael Jackson, sospirando di sollievo alla notizia del licenziamento. E, senza pensarci, s’addormenta tranquillo sul pavimento di casa come già la sua ospite, angelo demiurgico. Se la realtà fosse facile quanto un sogno… 
di Francesco Saverio Marzaduri