Eccolo che cala, precipita dal cielo, piomba su Roma. Eccolo che si rialza. Eccolo che si guarda attorno e inizia a camminare. Eccolo. Benito Mussolini. “Sono Tornato”. Queste le (sue) parole che intitolano l’ultimo film di Luca Miniero, in cui il Duce (un monumentale Massimo Popolizio) viene lanciato nell’Italia del 2017 dove ad attenderlo trova un documentarista (Frank Matano) che deciderà di portarlo in giro per l’Italia. Ed inizia così un’avventura mediatica da Milano a Napoli che riprende le reazione del popolo al Suo ritorno. E ha così inizio il processo. Alla sbarra: l’Italia. Miniero, con Guaglianone alla sceneggiatura, imbastisce infatti un’analisi impietosa del Bel Paese: fotografa un mondo sfocato, una pozzanghera grigia di insoddisfazione e recriminazioni, in cui la camicia nera si staglierebbe con grande forza se avesse modo di fare ritorno (sempre che non l’abbia già fatto).
C’è da dire che il film di Miniero è lontano dall’essere un film perfetto. L’originale tedesco di cui è il remake (troppo) spesso viene quasi scandito sillaba per sillaba e mimato oltre il pedissequo e, oltre questo, il film zoppica quando Matano non regge la gravitas dell’arco drammatico che il suo personaggio dovrebbe avere verso il finale (e che invece miseramente tenta di evocare con urla fasulle e battute didascaliche). È anche vero però che non sono poi i difetti quello che conta davvero in questo tipo di prodotto: ci sono i film perfetti, ma ci sono anche i film necessari, i film che scrivono il loro nome nella memoria e nella coscienza del popolo-spettatore, i film che avvertono e ammoniscono, che corrono sulla linea d’ombra fra verità e finzione, per mescolarle, per fonderle, per unirle. Sono i film che fanno pensare tutti. Che non è poi poco. Pensare.
Nella prima ora però si ride: si ride per una comicità di situazione di cui il film presto viene a chieder conto. La risata infatti diventa sempre più amara e sempre più auto-consapevole che quello sullo schermo oggi non sarebbe solo possibile, ma probabile, se davvero accadesse. Perché gli Italiani sono esattamente quelli ripresi dalla camera di Matano-documentarista: un popolo ingenuo, un gruppo di uomini e donne beatamente inconsapevoli, (s)perduti fra le mareggiate politiche e lontani dai palazzi del potere, dimentichi di essi. Un venter agitato e vociferante, frenetico e rancoroso, contratto. “Alle pecore serve sempre un pastore” arriverà a dire un intervistato: la battuta forse più amara e vera di tutto il film. Un pastore. Una guida. Un dux. Per molti (forse e purtroppo) unica lux.
Popolizio modella quindi un Mussolini che si tiene lontano dalla caricatura, distante dal macchiettistico e dall’imitazione grossolana. La sua è un’interpretazione sottile e giocata su uno sguardo: quello di un uomo che vede le ferite aperte di un paese in ginocchio, con la schiena spezzata dal carico di scontento. Ed è lo sguardo del Mussolini-Popolizio che inquieta: i suoi occhi corrono veloci attraverso il malcontento, il sospetto e l’opportunità allargano le pupille di fronte all’Italia che si ritrova accanto. Il sorriso di chi sa cosa sapere, di chi vede ciò che va visto. Un corpo che sa essere protettivo e aggressivo, solido e solidale, capace di stagliarsi davanti a un’Italia uccisa e tradita dai padri e abbandonata dai figli.

 

Ed è proprio questo a inquietare e a inquisire gli Italiani: sapere in fondo che dentro ognuno serpeggia ancora una vena nera, un’arteria impazzita e furiosa figlia di un ventennio che non è mai scomparso dall’Italia, erede di un capitolo di Storia rimasto aperto, di cui si fa ancora fatica a parlare e soprattutto a ricordare. Perché lo dirà Mussolini nel film: “L’unico problema di questo paese è la memoria”. Troppa o troppo poca. “Sono tornato” fa capire che dopo 80 anni l’Italia sarebbe ancora pronta ad essere sedotta da quella figura, da quel corpo condottiero, dalla voce di padre, dal carisma e da quello sguardo, così attento e attrattivo e attraente. “Io sono tornato” è il film che a un mese da quelle che saranno elezioni quanto mai stanche, fragili e depresse (specchio di una realtà politica neanche più grottesca, ma deforme) misura la febbre emotiva e nostalgica di tutto il popolo italiano. Ed è alta. Per chi ancora non se ne fosse accorto. È alta.
Sono tornato. È tornato. Lui. Ma in verità noi. Siamo Tornati.
Siamo tornati quello che non abbiamo mai smesso di essere, quello che abbiamo finto di aver abbandonato, quello che ora più che mai riemerge con forza, in mezzo alle urla, alla rabbia, fra la perdita e lo smarrimento, quello che dopotutto Pasolini ci accusava già di essere negli anni ‘70: “un paese un po ridicolo e un pò sinistro, i cui potenti sono maschere comiche, imbrattate di sangue, e il cui popolo è l’immagine della frenesia più insolente, difficile da non considerare colpevolmente innocente”.

 

di Stefano Fronzoni