4.18. Del mattino. Di una fredda domenica di inizio febbraio. L’assurda convinzione (o illusione) di essere ancora giovane nonostante il mio avvicinarmi sempre più velocemente ai quarant’anni mi ha portata a “fare il dritto”. Il letto l’ho visto il giorno prima. La sera prima della partenza l’ho passata a preparare tutto: sistemate le cartoline con la dead line del 15° Sedicicorto International Film Festival, messe da parte quelle della Italian Short Compilation e della CortoinLoco Compilation, calcolato il numero di cambi in base ai giorni di permanenza in Francia.
All’arrivo alla stazione di Forlì scopro che il mio treno ha 15 minuti di ritardo. Mi esce un sorriso. Pensando al fatto che nemmeno un intercity notte riesca ad arrivare puntuale. Ma anche che tanto il mio treno successivo da Bologna parta dopo più di due ore. Allora mi godo la lentezza dell’attesa, ricontrollando la borsa, pensando anche “ma chi me lo ha fatto fare?”
Il bello delle prime volte sta in quello stato di ansia mista a entusiasmo che ti prende nell’affrontarle. E io mi sto accingendo ad andare per la prima volta al Festival del Cortometraggio di Clermont-Ferrand, un luogo quasi iconico per gli operatori del settore, una tappa annuale fissa, dove è necessario andare per scoprire quale sia il corso che verrà intrapreso dal mondo del cortometraggio nel corso dell’anno che è appena iniziato. Sono tranquilla. La trasferta è stata preparata a dovere, tramite riunioni informative, minuziosa analisi di tutte le sezioni del sito ufficiale e sapendo che avrò al mio fianco due splendide ragazze, alle prime armi come me e, soprattutto, un veterano del cortometraggio e del Festival a guidarci, come se fosse un novello Cicerone nella nostra trasferta festivaliera.
Si arriva in aeroporto a Clermont-Ferrand. E già lì capisci che tutta la città viene coinvolta dall’evento. Perché non fai in tempo ad accenderti una sigaretta all’uscita che già trovi una persona che ti si avvicina, ti chiede se anche tu sia lì per il Festival e ti propone di dividere un taxi per arrivarci insieme.
L’arrivo in hotel. La tecnologia che ti viene contro. Le soluzioni dell’ultimo minuto che devi attuare, sempre le più ultime, a dimostrazione forse che nemmeno la più minuziosa pianificazione ti mette al riparo dall’imprevisto sempre dietro l’angolo. L’incontro con le ragazze, giunte da posti diversi in modi diversi. Ma ci ritroviamo alla Maison de la Culture, facce stanche, ma emozionate, curiose. Anche un po’ spaesate.
L’ingresso al palazzetto dove si svolge il mercato è d’impatto. Ma perché la netta sensazione è quella di trovarsi in una fiera campionaria come tante altre. Qui però non si vendono normali prodotti di consumo. Qui il fulcro sono i cortometraggi. Qui ogni paese si ritrova, fianco a fianco, nell’intento di promuovere la propria arte, puntando su un “prodotto” tra i meno blasonati, ma spesso più interessanti, del panorama cinematografico: il cortometraggio. In tempi di muri, di chiusure culturali e ideologiche, ritrovarsi in un luogo in cui tutti sono insieme con un unico obiettivo di promozione e diffusione ha un qualcosa di catartico. Il melting pot linguistico (inglese come base comunicativa, tanto francese, sprazzi di lingue sconosciute, accenni di spagnolo e così via) dà netta la sensazione dell’internazionalità dell’evento. Stand curati nei minimi dettagli, piccoli o grandi (la Spagna ha dominato il mercato, grazie alla capacità delle proprie case di distribuzione e agenzie del cortometraggio regionale di fare rete tra di loro, andando a ritagliarsi lo spazio più consistente all’interno del Mercato), materiale promozionale in bella vista, facce sorridenti. E quella sensazione, mia, ma che vedevo anche negli occhi dei miei compagni di viaggio, di essere nel posto giusto al momento giusto, con la volontà di godersi il tutto con spirito aperto e facendosi guidare dalla curiosità e dalla volontà di far parte di tutto quello che ci circondava.
Iniziamo a girare, noi femminucce un po’ spaesate, seguendo il nostro Cicerone, che per fortuna, a differenza nostra, non solo svettava fisicamente in modo da essere sempre visibile, ma riconosceva volti, salutava, ci presentava, con noi pronte a mettere in mostra i nostri accrediti laddove necessario.
La mancanza di un posto in uno stand ci ha portato a fare giri immensi nel labirinto del mercato, memorizzando i luoghi in cui erano posizionati i nostri partner o guardando nella lista, minuziosamente preparata e consegnataci prima della partenza dal nostro Direttore, per comprendere come entrare in contatto con quei nomi a cui ancora non eravamo in gradi di dare un volto. Dopo poco tempo, però, in ogni stand avevamo una faccia da cui ricevere un sorriso e darlo, qualcuno con cui avevamo la consapevolezza di poter parlare, mini meeting da svolgere. Certo, il mio “cretinismo topografico” mi ha portato, per tutti i quattro giorni del Mercato a non riuscire mai a trovare lo stand inglese. Ma questa è un’altra storia.
È stato un peccato vedere così poca gente. Questo è stato uno degli elementi di discussione più frequenti. Forse il mercato non è più il luogo ideale per l’incontro tra operatori del cortometraggio? Forse la data in cui si svolge troppo anticipata, tanto da poter portare solo prodotti del 2017 o progetti in post-produzione? Forse manca una reale capacità di rete e coordinamento tra le realtà del settore? Non posso certo dirlo io alla mia prima esperienza, ma la netta sensazione è stata di essere in un momento in cui ci si guardava tutti nella consapevolezza che forse sia necessario un cambio di rotta.
Comunque i corridoi semivuoti avevano il loro momento di riempimento. Dalle 17.30, l’ora dei tradizionali happy hour, organizzati più o meno a turno dagli stand nazionali. Lì, come spesso accade anche durante i Festival, le persone apparivano dal nulla, lanciandosi voraci verso stuzzichini e bicchieri di vino. Sembrava di rivivere una scena di “Buffet”, cortometraggio di Alessandro D’Ambrosi e Santa de Santis in selezione alla scorsa edizione del Sedicicorto: tutti all’attacco del cibo. Ma anche quelli sono stati momenti utili, perché spesso avevi modo di trovare chi non avevi visto nel corso della giornata e di fissare utili appuntamenti per il giorno dopo.
Apertivi, cene, post cene. Tutti momenti “ludici”, ma che in realtà sono fondamentali momenti di scambio e networking. Vissuti con il sorriso, nella scoperta dell’altro, nello stringere legami che possano diventare duraturi nel lavoro, ma che, anche e soprattutto, sono in grado di arricchirti anche da un punto di vista personale.
Una delle costanti di questa mia trasferta è stato il raffreddore. Il mio organismo, alla visione dei primi fiocchi di neve caduti già dalla domenica ha reagito da vero meridionale, tappandomi il naso fino all’inverosimile. E sapeva di coccola e ridicolaggine il mio girare con fazzoletti ovunque, facendomi passare pillole americane di paracetamolo o bustine di tachipirina. Ci sarebbe da scriverci un corto. O forse è già scritto. Ma il tutto stava a confermare che quella trasferta era vita, era un nuovo inizio e una conferma di un lavoro che viene svolto da un anno. E il tutto in compagnia di una parte di quel 16staff che giorno dopo giorno si sta spendendo per crescere insieme al proprio Festival.
Resta una valigia piena di cartoline e cataloghi, di borse di tela brandizzate, di pensierini presi allo shop pensando a chi era fisicamente restato in Italia ma era lì con noi, di foto scattate al pensiero di come pubblicarle e se avrebbero superato il vaglio della nostra social media manager, di selfie ridicoli, bui e sfocati a ricordo delle serate passate insieme, di nuovi incontri e legami riconfermati. Restano le proiezioni dell’immensa Sala Cocteau, 1400 posti, in cui è impossibile non rimanere sbalorditi dall’impatto entrando e vedendola così piena. Resta il lavoro che parte ora, con i nuovi progetti che rappresentano una nuova sfida per il Sedicicorto International Film Festival. Fino alla prossima edizione. E, per il momento, au revoir, Clermont.
di Joana Fresu de Azevedo