La cosa che stupisce di più del cinema di Clint Eastwood è il desiderio di un cineasta di ottantasette anni di fare cose sempre nuove. Serve probabilmente a sconfiggere la noia, pericolo incombente dopo sessant’anni di carriera, costellata di premi e soprattutto di grandi film. Questa la ragione per cui negli ultimi anni si è cimentato nel musical, portando sullo schermo un classico di Broadway come Jersey Boys, soddisfando così l’altra sua grande passione, la musica. E per lo stesso motivo ci si può trovare spiazzati di fronte a 15:17 – Attacco al treno, opera in tutto e per tutto sperimentale, docu-fiction interpretata dai tre reali protagonisti che sventarono l’attentato terroristico sul treno Bruxelles-Parigi del 21 agosto 2015. Tre ragazzi americani, in giro per l’Europa zaino in spalla, due di loro militari bene addestrati, che con grande coraggio affrontarono l’attentatore, entrato nel Guinness dei primati come il Will E. Coyote dei terroristi, disarmandolo e catturandolo.
Questa è adesso Storia, con tanto di Legion d’Onore appuntata sul petto dal presidente Holland. Ma è anche la cosa che interessa meno a Eastwood. La sua indagine parte da lontano, e non dall’amicizia dei tre eroi sin dalle scuole medie, dalla loro passione per le armi, dalla loro fede cristiana costantemente sottolineata, dal loro desiderio di voler salvare vite, più che di fare la guerra. Fa tutto parte di un percorso molto più lungo.
Anthony, Alec e Spencer sono i giovani Space Cowboys, non più attempati astronauti in cerca dell’ultima avventura, ma ragazzi con tutta la vita davanti da dedicare a un bene supremo. Non perfette macchine da guerra, tutt’altro, con anche i loro problemi. Non sono particolarmente svegli, non eccellono in niente, ma il destino ha deciso per loro. O forse Dio, come le loro mamme gli hanno ripetuto ossessivamente sin dalla tenera età.
Come per l’infallibile American Sniper Chris Kyle, o lo spietato fondatore dell’FBI J. EdgarHoover. Eroi americani per gran parte dell’America, quella che non vive nelle civilizzate New York e San Francisco o nelle corrotte Miami e Los Angeles, ma che coltiva il grano in Iowa, va a caccia nelle Black Mountains o lavori alle trivelle nel Texas. Quelli pronti a crocifiggere quell’incosciente opportunista del comandante Sully, per interderci.
Clint Eastwood non è uno di loro, ma non li ha mai dimenticati, e per quanto possa sembrare evidentemente destrorsa la sua produzione più recente, associata anche alle dichiarazioni di voto (da non confondere con un inesistente endorsement nei confronti di Donald Trump), ci troviamo in realtà di fronte a uno straordinario esempio di coerenza narrativa nel corpus della sua opera complessiva. Nonché strordinariamente affascinante, per come l’autore cerchi di piegare lo scorrere del tempo a suo favore. Il marine Gunny Highway sarebbe voluto essere su quel treno in Europa, e di fatto è così. E con lui c’è lo spietato William Munny, che ha smesso di uccidere uomini, donne, bambini e ogni cosa che striscia sulla Terra perché la Bibbia gli ha rivelato la sua vera vocazione di riparatore di torti.
La storia è sempre quella di un cavaliere pallido senza nome con un passato indegno e in cerca di redenzione. Puoi essere un giornalista alcolista e puttaniere che cerca di salvare un negro (così lo chiamerebbe l’America di cui sopra) dalla sedia elettrica. O un vecchio brontolone che ha visto il suo quartiere diventare un ghetto colmo di immigrati, di cui diventa difensore senza paura.
Gli eroi di Eastwood non sono mai cambiati, al contrario del paese reale, quello che con grande attenzione e ben più di un pizzico di cattiveria Clint mette alla berlina. Lo dimostra il fatto che preside e professori della scuola cristiana dei tre giovani eroi del treno sono interpretati da eccellenti attori comici come Thomas Lennon, Tony Hale e il leggendario Jaleel White (il super nerd Steve Urkel di 8 sotto un tetto).
D’altronde Eastwood aveva fatto la sua dichiarazione d’intenti già ai tempi di Potere Assoluto, quando un ladro aveva deciso che era giunto il momento di far cadere il Presidente degli Stati Uniti. Oggi la questione è più delicata, perché è l’ignoranza che genera gli eroi. Chris Kyle è l’esempio lampante, un uomo con degli evidenti problemi di sociopatia, legati a un’educazione cristiana e violenta, che diventa uno strumento del Signore al servizio della bandiera a stelle e strisce. Credendo ciecamente in ciò che fa. Non parliamo più di Mitchell Gant, l’indomito pilota e gran figlio di buona donna alla guida del super caccia Firefox che prende a sculacciate i russi cattivi. Quello era un simpatico cialtrone al servizio di un’America che, nonostante tutto, aveva ancora la speranza di poter essere migliore. Oggi quel sentimento è sparito, spazzato via dalla crisi immobiliare per cui hanno pagato solo quelli che vanno in chiesa la domenica chiedendo grazia a Dio, e che crescono i loro figli con il fucile in mano.
Fanno paura gli eroi moderni di Eastwood, sono come quei giovani pistoleri che arrivavano in città e davanti a un whisky al bancone del saloon chiedevano chi fosse la pistola più veloce, per sfidarla e prendere il suo posto. Finendo quasi sempre con la faccia nella polvere della main street. Will Munny sarà pure vecchio e un po’ arrugginito, ma è duro a morire, come lo è chi ne ha viste tante e non ha niente di super. Ma è sempre stato anti. Eroe.
di Alessandro De Simone