«Erano gli anni favolosi in cui il cinema s’imponeva come l’unico fenomeno di vero rinnovamento culturale»: così, molto probabilmente, il Nicola di C’eravamo tanto amati potrebbe sintetizzare il tempo di Ettore Scola. E così ci sembra giusto ricordarlo ancora, Ettore Scola, passando in rassegna i numerosi e irripetibili momenti di un clima e di un Paese ormai svaniti.

Perché, in fondo, non salutare l’ultimo grande nome della commedia italiana (arrivata ad amarissimi bilanci proprio grazie al suo cinema) come fanno gli attori di varietà nell’ultimo episodio dei Nuovi mostri, stretti su una passerella in un elogio funebre trasformato in occasione di giubilo, quasi a ricordare il finale di? Di Fellini, dopotutto, Scola è stato emulo, amico e compagno agli inizi dell’attività (insieme nel satirico «Marc’Aurelio»), e al regista riminese ha dedicato pure il suo penultimo film, Che strano chiamarsi Federico. Quel finale dei Nuovi mostri, poi, rimanda soprattutto alla presenza costante, nel cinema di Scola, della danza intesa come momento di gioia piccola e semplice da opporre a un mondo freddo e involuto.

Basterebbe citare Ballando ballando per constatare come la felicità del muoversi sulle dita dei piedi tracci una linea che spezzi la barriera del tempo. Altre volte, invece, il ballo è occasione di sberleffo (come con le cariatidi male in arnese, eppure costantemente al potere, nel finale di Signore e signori, buonanotte), oppure è spunto di conoscenza reciproca, prima che la realtà e la psicologia dei personaggi prendano il sopravvento: come spiegare altrimenti la rumba fra Gabriele e Antonietta nella famosa scena di Una giornata particolare? Oppure, ancora, è espressione di un commiato nostalgico, come quello espresso dagli indigeni di Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa? mentre salutano per sempre Nino Manfredi, prima che questi decida di non tornare a casa e unirsi a loro.

Floride ballate dietro la macchina da presa, tripudi di scenografie e costumi, sono poi altri titoli della filmografia di Scola, in particolare quelli di genere storico: Il mondo nuovo, il quasi dimenticato Passione d’amore e il carnevale tragico e buffonesco di Il viaggio di Capitan Fracassa. Perfino La più bella serata della mia vita, adattamento da Dürrenmatt dall’esito altalenante troppo vicino al cialtronesco e poco fedele al testo di partenza, appare come una ballata onirica e macabra, in cui qualsiasi parvenza di incubo è stemperata da un Sordi che non cessa mai di sogghignare, nemmeno di fronte alla morte. Se si pensa che la dipartita di Scola sia avvenuta in punta di piedi, è bello immaginare che il suo addio sia stato speculare.

Dopodiché, certo, potremmo dissertare dello Scola politico, delle sue battaglie nel Pci, delle sue partecipazioni al Festival dell’Unità, del suo sincero omaggio a Berlinguer, o di un film come Mario, Maria e Mario, che segna la personale virata verso il racconto intimista, nel quadro politico e cinematografico completamente mutato dei primi anni Novanta.

Non si potrebbe però ricordare Scola senza nominare gli altri due indispensabili elementi del suo cinema: il tempo e la famiglia. Condannata al ripensamento, la sua commedia è obbligata a scavare fin dentro le fondamenta dell’identità nazionale e a subire il mutamento di valori; il focolare domestico si fa complemento di un tempo che incede allargandosi a macchia d’olio tano che ai rapporti familiari non possono bastare ventiquattr’ore per ricucire voragini troppo ampie.

Proprio il tempo e il suo incedere – in film come La famiglia, Che ora è o ancora Ballando ballando – traspaiono come autentici signori e padroni del racconto, consentendo alla fotografia in bianco e nero di traslare nel colore, mentre la cinepresa stringe su un pittore che termina la sua Madonna su di un ciglio; o a un figlio incompreso di rappacificarsi con il padre invadente accettando in regalo l’orologio del nonno, come se alla comunicazione affettiva non restasse altro che lo scorrere dei minuti.

Se ben poco può la Storia, come mostra l’impietosa radiografia di La terrazza, che nelle sue ignominie riduce tanti poveri diavoli a una condizione univoca quasi la loro stessa natura fosse una condanna (come succede al commerciante ebreo di Concorrenza sleale), un ultimo, sospirato miracolo si può ottenere da un effimero ticchettio, teso a scongiurare il trapasso, o in un’estrema partecipazione del pubblico per salvare il Cinema che fu. E in entrambi i casi non è detto che l’incanto non avvenga.

Non sempre, però, la realtà trascende la fantasia: il tempo, nelle proprie contraddizioni, scalfisce l’amicizia idealista di tre ex partigiani, riconduce due esistenze solitarie alla condizione di emarginati, mentre la memoria cancella cene gloriose e tardive, al cui cospetto covano sapori e dissapori, dispetti, rancori e rappacificazioni.

Un altro mondo, a dispetto di quello odierno ormai così simile a quello profetizzato da Scola o forse addirittura peggiore, non è possibile. Vorrei che volo, recitava uno dei suoi documentari ed Ettore Scola è volato via, ultimo testimone di un cinema che avevamo tanto amato.

di Francesco Saverio Marzaduri