Parlare di Suburbicon a distanza di mesi dalla sua uscita, spenti i riflettori della “prima”, potrebbe apparire poco interessante o inopportuno. Eppure, a mio parere, questo film, presentato in concorso allo scorso Festival di Venezia, è destinato a rimanere di attualità ogni volta che si vorrà riflettere sullo stato di salute dell’America di oggi, fortemente esposta a nostalgici razzismi e alla tentazione di erigere palizzate contro gli stranieri.
E’ di qualche tempo fa la notizia della difficoltà di cittadini di altri paesi “high-skilled workers” (la categoria di lavoratori più qualificati, per aziende hi-tech) ad ottenere un visto di lavoro per gli Stati Uniti, a causa della politica di controlli sempre più pressanti attuata dalla Casa Bianca di Donald Trump. La richiesta di “ulteriori prove”, spesso non specificate chiaramente, insieme ai tempi lunghi della burocrazia, scoraggia con successo questo tipo di manodopera altamente qualificata, facendo perdere alle società americane quote importanti di personale estremamente preparato a tutto vantaggio delle nuove realtà economiche dell’Asia e delle più innovative aziende europee.
Tornando alla trama del film, di cui cercherò di non svelare alcun intreccio, la famiglia Meyer, pur ben integrata nel modello welfare americano, ma tuttavia “colpevolmente” di colore, sembra interpretare benissimo questo tipo di immigrazione colta. Al loro arrivo, i Mayers scatenano nella bianca Suburbicon degli anni ’50 una serie di azioni collettive di matrice razzista, che si susseguono in parallelo alla vicenda di una famiglia autoctona, all’apparenza un “piccolo paradiso domestico”, ma in cui si annidano pericolosissime pulsioni di morte.
La storia del film, scritta e sceneggiata da Joel ed Ethan Coen nel 1999, in seguito ripresa e tradotta in un ottimo film da George Cloney, smaschera l’ipocrisia del sogno americano, il diritto alla felicità a tutti i costi, la difesa dei propri privilegi a scapito di ogni ragionevole sentimento di umanità.
Un corto circuito, in cui la violenza agita dagli stessi autori di misfatti e di crimini, si ritorce in modo assurdo e grottesco contro loro stessi. E’ di straordinaria efficacia la scena del sandwich e del bicchiere di latte, infarcita da un discorso subdolamente paterno e retorico: simboli di un perbenismo familistico, sganciato da un contesto di realtà etica ed autenticamente affettiva.
L’intenzione del regista, come da lui stesso affermato nel corso della conferenza stampa tenutasi alla Mostra di Venezia, ci può essere di aiuto nell’interpretare l’opera: “Avevamo scritto una prima sceneggiatura che guardava tutto dalla parte del bambino (il figlio del personaggio interpretato da Matt Damon), pensando ad un finale dove il ragazzino sarebbe finito in affido. Poi abbiamo ideato un finale diverso, di amicizia, tra il giovane e un ragazzo di colore, un’immagine portatrice di speranza.”
Guardare il film con gli occhi del piccolo interprete, lasciarci contagiare dalla sua capacità di discernere i pericoli di un modo di adulti che hanno smarrito la loro umanità, coltivare il desiderio di stabilire relazioni amicali e costruttive: questo il messaggio che potremo fare nostro grazie alla genialità di sceneggiatori e regista.
di Daniela Ponti