Non è mai facile riassumere la figura di un cineasta in poche righe, specie quando si tratta di un personaggio complesso quale Cristi Puiu. Chi scrive ha avuto la possibilità di trascorrere in sua compagnia alcuni giorni, durante l’ultima edizione del “Lucca Film Festival e Europa Cinema,” del quale il regista e sceneggiatore romeno è stato presidente di giuria, e che gli ha dedicato una ricca retrospettiva coronata da un premio alla carriera. Viene di seguito riportata la sintesi di una lunga conversazione avuta con l’ospite. La scelta di trascrivere queste domande nasce dalla necessità di riassumere nel modo più esaustivo possibile la politique des auteur, da cui emerge il ritratto di un cineasta rigoroso, scrupoloso nella registrazione di un quotidiano che s’innesta con la Storia. Eciò che rimane, lontano dai riflettori e dalla mondanità dei festival, è un amore per le arti che si coniuga con la “missione” di regista.
 
Una domanda d’impostazione generale, relativa alla sua formazione cinematografica. Quale scuola l’ha indotta a intraprendere questo cammino? Quali eventuali modelli culturali l’hanno ispirata, tenendo presente la sua collaborazione con un maestro come Lucian Pintilie, nonché la sua esperienza in pubblicità?
Sono nato il 3 aprile del ’67 aBucarest, ma questo forse non è poi così rilevante. In verità all’inizio, nella mia giovinezza, non ero assolutamente interessato al cinema. Ero interessato alle arti tradizionali come la pittura, la scultura, la poesia, la musica, e consideravo il cinema alla stregua di uno sport per spettatori, una cosa per le masse: non lo dico con arroganza, ma era il modo in cui lo percepivo. Interiormente, mi sentivo del tutto svincolato da quello ch’era il cinema. In seguito, ci sono stati vari passi che mi hanno portato a innamorarmene: il primo fu in terza media, avevo circa quattordici anni ed ero molto bravo in storia. Al tempo, in Romania si organizzavano le Olimpiadi delle Discipline Studentesche – le Olimpiadi di Matematica, Letteratura, Geografia, Fisica, eccetera – e io facevo parte della squadra alle Olimpiadi di Storia. Dopo l’esame, la nostra insegnante ci disse: “Ma perché non si va al cinema?”, e questa per me fu una cosa del tutto nuova, perché abitavo nella periferia di Bucarest a circa un’ora di distanza dal centro, quindi dissi: “Ah bene, sì sì, è una bella esperienza da fare!”. Mi ricordo che si andò al cinema “Scala” e che proiettavano un film italiano, in cui il protagonista era Giuliano Gemma: s’intitolava Circuito chiuso ed era un film davvero molto strano, perché non si capiva tanto bene la storia. Però la trama era interessante perché Gemma aveva il ruolo di un pistolero, e il film si svolgeva all’interno di un cinema in cui si vedeva lo spettatore che guardava Giuliano Gemma sul grande schermo. In questo western c’è una sparatoria, e Gemma spara allo spettatore nel cinema. Questa è stata la mia prima esperienza. Tra l’altro, in Romania tutti i mercoledì venivano riservati ai “Classic Cinematheque” in televisione. Un’altra esperienza molto importante e formativa fu nel 1984, o nel 1985: andai con un mio amico a vedere L’angelo sterminatore di Buñuel, e un altro film che ha contribuito grandemente alla mia formazione registica fu I giovani arrabbiati. E questi sono i film che mi hanno formato e mi hanno fatto innamorare del cinema. Il terzo e ultimo evento, nella mia vita, a indirizzarmi su questa strada si svolse a Ginevra. Io, in quegli anni, continuavo comunque a dipingere ed ero stato accettato a Ginevra presso la Scuola Superioredelle Arti Visive, che aveva due indirizzi principali: quello delle Arti Tradizionali come la scultura, la pittura e così via, cui mi ero iscritto nel ’92, e un secondo ramo ch’era invece dedicato a cinema e video. Io ho frequentato il primo anno nel ramo tradizionale, dopodiché ho fatto gli esami per passare nell’altro tipo di specializzazione nel ’93, e quindi ho finito a Ginevra con “Cinema e video” nel ’96. La molla che mi ha sempre spinto, in ogni caso, è la curiosità. Sono sempre stato molto interessato a scoprire come esattamente venissero fatti i film.
C’è una cosa che vorrei chiederle riguardo i suoi modelli, di cui ho letto, in alcune interviste da lei rilasciate, che spaziano da Cassavetes a Depardon, da Bresson a Wiseman, sino a Rohmer, Kurosawa e perfino i nostri Petri e Visconti. Il filo conduttore che lega questi autori, diversissimi nella forma ma evidentemente tutti accomunati da un medesimo principio di necessità, come si rapporta alla sua politique e alla sua idea di cinema?
Penso siano parti di un identico meccanismo, ma per stare alla domanda ritengo ci sia una rappresentazione interiore di ciò che significano questi registi. Quel che voglio dire è che ci sono idee di cinema e di storia che rappresentano ciò che siamo e ciò che vogliamo rappresentare sullo schermo, anche in senso demiurgico. A volte succede, ma non sempre. Il filo rosso consiste nel decidere se la politique è la vita sociale fatta professione o missione: è il tuo lavoro o la tua missione? Ora, a cinquant’anni, non saprei. L’oggetto artistico, l’archetipo, è importante in ogni suo aspetto, ciò che di esso si esprime e il modo, il suo apparire e il suo essere testimonianza. Durante il processo, si percepisce questo come un viaggio con una comunità: dal punto A al punto B occorre dire la verità e scavare dentro tali aspetti di autenticità, ritengo essenziale questo. L’esperienza è nel tradurre. Difficile dire chi siano i più grandi cineasti, scrittori, poeti, scultori. E’ impossibile. Dovessi darmi un’etichetta da solo, mi definirei un eclettico. L’etichetta è un meccanismo di autodifesa che obbliga a restare su posizioni fisse. Dapprima ero arrabbiato, poi ho detto: “Vaffanculo!”. È una scatola che ci siamo creati: tradire noi stessi è un po’ un nostro modo di fare. In pittura puoi esprimere cose che altrimenti non riusciresti a fare, e vale anche per il cinema, ch’è molto più di un’immagine o di un suono. Stiamo soffrendo, in ciò consiste il pericolo di essere un demiurgo, creare dei domini è il grande limite di questo mestiere: utilizzandoli, però, trovi te stesso. Stando al fil rouge, bisogna farsi tante domande. Tutte le opere d’arte sono una maniera univoca di esprimersi, di esser stati testimoni, continuare ad esserlo e offrirne un resoconto. La fede cristiana, come il sacramento della professione, consiste nel restare umili. Intraprendere un percorso è la nostra missione, che termina con la morte: il film non è che la lettera di questo cammino rivolta alla comunità, il promemoria di ciò che bisogna fare, il messaggio da trasmettere alla gente su questa “foresta nera”. Questo, credo, è il filo conduttore che accomuna i grandi autori, la missione di testimonianza – attraverso le cartoline da loro offerte – di ciò ch’è la vita.
di Francesco Saverio Marzaduri