La  terza serie di Gomorra ha scatenato ondate di compassione verso gli efferati. Simpatie per gentaglie capaci di uccidere i propri cari senza esitazione, salvo poi autocommiserarsi e baciare ripetutamente le immagini dei propri cari morti ammazzati. In Gomorra si uccide direttamente la moglie, o si commissiona l’assassinio del proprio padre, che a sua volta  aveva ordinato l’assassinio della figlia di quello che poi lo ucciderà, benché la figlia, una bimba di prima elementare, fosse in realtà morta ammazzata per mano dello zio di colui che aveva commissionato la morte del proprio padre al padre della bimba morta. Barocchismi napoletani. La speranza di vita dei camorristi, secondo Gomorra, non supera i 35 anni, vissuti in un continuo smacchinare da un quartiere degradato all’altro, scendendo e salendo scale fetide, mangiando solo ai matrimoni e alle prime comunioni, sempre con beneficio di strage prima del dolce. A vederla, una vita da cani. Come possa un quadro simile creare passioni ed emulazioni è difficile da comprendere. Ma è successo, e c’è chi teme che gli eroi di Gomorra possano diventare esempi da imitare.
In realtà, probabilmente accade che l’attore si sovrapponga al carattere. Gomorra è una fiction così ben fatta e ben recitata che è difficile separare l’interprete dal personaggio. Si amano gli attori, la loro simpatia, la loro capacità di comunicare, la loro profonda estraneità e distacco dai mostri che incarnano. Salvatore Esposito, protagonista dalla prima serie, ha spiegato che da qualche tempo i ragazzini di Napoli   non sperano di diventare camorristi (o almeno non più di prima), ma preferiscono iscriversi alle scuole di recitazione per imparare a fare gli attori.  Probabilmente non  gli stessi ragazzini che  aspirano alla camorra, ma se solo ce ne fosse qualcuno sarebbe un bel cambio di prospettive.
In modo diverso, più sottile e destabilizzante, si entra in empatia con il male profondo in Mindhunter, una serie americana (Netflix, 2017, 10 puntate) che ricostruisce con precisione documentaristica l’esordio del concetto di profiling verso la metà degli anni settanta, sulla base degli studi e delle ricerche di due agenti dell’FBI e di una professoressa di Harvard. L’idea è di cercare nel passato di alcuni criminali efferati, tutti serial killer, le cause del loro disagio mentale. Per questo gli agenti chiedono di incontrare in carcere alcuni detenuti, persone capaci di qualsiasi mostruosità senza preavviso. I dialoghi tra gli agenti e questi emblemi del male, basati su documenti reali, creano una tensione difficilmente sopportabile. Si teme che in ogni momento il mostro possa avventarsi sugli agenti, mangiandoli vivi, o spezzando loro il collo in un secondo. Quando ciò non avviene, e si constata la calma e la logica lucida e perversa con cui gli assassini espongono  la loro versione dei fatti, la tensione cala e si rischia seriamente di ammirare la loro intelligenza diversa. Ma qui non è storia di attori.  Il cattivo principale, Edmund Emil Kemper III è completamente sovrapponibile all’attore che lo interpreta con esattezza iperrealista, Cameron Britton. Ecco l’inquietudine: non siamo attratti da Cameron Britton, ma proprio dal mostro Kemper. Così come siamo tuttora attratti dal mostro Hannibal Lecter, dalla sua cultura e dalla qualità della sua conversazione.  Solo che Lecter  era finto, Kemper è ancora vivo e vegeto e quelle cose le ha fatte sul serio.
di Daniela Goldoni