È arrivato il giorno che molti aspettavano. Quello in cui sarà possibile, su Fox Crime alle 21.05, vedere la prima puntata di American Crime Story. The Assassination of Gianni Versace. Una miniserie che è già stata oggetto di diverse polemiche, partite dalla forte opposizione e perplessità che la famiglia Versace ha sin da subito manifestato.
Abbiamo avuto la possibilità di parlarne con Simone Marchetti, fashion editor per Repubblica, uno dei principali esperti di moda e stile del nostro giornalismo e, inoltre, amico intimo dei membri della famiglia Versace.
Kontainer16: Quale è stato il ruolo che Gianni Versace ha avuto nella moda di quegli anni, e non solo?
Simone Marchetti: Il ruolo di Versace è stato un ruolo fondamentale, non solo per quegli anni, ma per la storia della moda in generale, sulla storia del costume. Gianni è riuscito a far qualcosa di straordinario in quegli anni: prendere il passato e renderlo contemporaneo. Nel farlo, lo ha reso pop, lo ha fatto diventare un fenomeno di massa. Così pop che le cose che lui ha fatto 30 anni fa sono significanti ancora oggi. Se tu ti metti una camicia con una stampa barocca di Versace la riconoscono tutti. La riconosce un cinese, un africano, un giapponese, uno svedese, un sudamericano e un americano. Questo vuol dire che è stato in grado di inventare un linguaggio comune. In questo sta la sua grandezza.
K16: Quali sono le tue considerazioni sulla serie?
S.M.: Io non l’avrei intitolata The Assassination of Gianni Versace, quanto piuttosto Andrew Cunanan: the Assassin. Perché è una serie su Andrew Cunanan. Maureen Orth, la giornalista che ha scritto il libro Vulgar favours da cui questa stessa serie è tratta, era sulle tracce di Cunanan dal maggio 1997 per scriverne un libro. Da prima che morisse Gianni. Lui era IL serial killer, ricercato dall’FBI, uno dei più grandi fallimenti dell’FBI. Aveva già compiuto 5 o 6 omicidi effettatissimi, non riuscivano a prenderlo e alla fine ha ucciso anche Gianni. Quando, a luglio, è morto Gianni (e subito dopo anche Cunanan), lei ha approfondito le indagini, ha preso la palla al balzo.
A me piace tantissimo Ryan Murphy, il regista. Mi sono visto American Crime Story la prima serie, quella sul caso di O.J. Simpson, che secondo me è uno dei serial più belli che ho visto. Questo non è all’altezza di quel ruolo.
K16.  Quale pensi che sia l’elemento che ha maggiormente infastidito la Famiglia Versace, che ha aspramente criticato questa serie, come prima era successo con il libro?
S.M.: Si riapre una ferita aperta. Io ho già visto tutti gli episodi del film. Non era possibile non li addolorasse rivedere quelle immagini, così vivide.  Tra le altre cose, nel film ci sono delle grandi inesattezze. Donatella (Versace, NdA) , non solo a me, ma anche in tante interviste, ha più volte dichiarato che la prima persona che ha incontrato, quando è andata a Miami ed è entrata in casa, è stata Madonna. Che nel film non c’è. Che è un escamotage letterario pazzesco. Potevi, in teoria, fare una puntata intera solo su quello. Questo perché loro hanno puntato tutto sull’aspetto del serial killer. Vedrete ad esempio, che ci sono delle puntate che sembrano American Horror Story, usando peraltro anche molti interpreti di quella serie. Perciò per la famiglia è stato pesante. E Ryan Murphy, alla fine ne ha fatto un film sui diritti gay, sulla loro mancanza in quel periodo. Vedrete che c’è una puntata, ad esempio, sul Don’t ask, Don’t tell, la legge di Bill Clinton sul non obbligo di dichiarare la propria omosessualità all’interno dei marines. C’è tutta una puntata solo su quello. Versace non viene neanche nominato. Ma ci sono tante puntate così. Ogni tanto Versace serve per dare giustificazione a tutto questo.
Anche come è stato rappresentato il mondo della moda (l’atelier di Versace, le sfilate) è veramente banale. Il problema della moda nel cinema e nelle serie tv è che bisogna saperla raccontare. Si salvano in questa serie solo l’interpretazione di lui, di Gianni (Édgar Ramìrez, NdA), ma soprattutto quella di Penelope Cruz, che è molto brava. Questo lo ha detto Donatella (e non lo ha detto solo a me), la Cruz ha chiamato Donatella e le ha detto di aver provato a tutelarla in tutti i modi possibili. Ecco, lei l’ha tutelata, non ne ha fatto una macchietta. Non è Virginia Raffaele. È un attimo cadere nella macchietta parlando di Donatella, perché comunque lei è una diva.
Per tutti questi motivi, ecco, io non credo che i fashion victims ameranno questa serie. A chi ha fatto questa serie non interessa la moda. La moda è semplicemente un escamotage per raccontare altro. È una serie che andava dedicata a Cunanan, con intere puntate in cui si parla solo dei suoi ex amanti, come li ha ammazzati, la sua dinamica familiare più che alla dinamica familiare o alla vita di Gianni. Gianni non è solo un pretesto per questa serie. Gianni è il loro veicolo pubblicitario.
Dopodiché, ci sono delle cose belle che meritano di essere comunque segnalate. Dò il mio parere, che non vuole essere un parere tecnico. Non voglio parlare dell’interpretazione di Ricky Martin, lui proprio non ce la fa. Ma la Cruz e Ramìrez sono molto bravi. C’è però un problema di sceneggiatura molto forte, soprattutto sul racconto della moda. Poi la grandezza della serie sta nella ricostruzione della vicenda di Cunanan. Ma non saremo stati qui a parlarne se non ci fosse stato il nome di Gianni Versace.
di Joana Fresu de Azevedo