Nel 1991, in collaborazione con la pittrice Mahshid Mussavi, l’attore iraniano (ma, vedremo, anche molto italiano)  Babak Karimi è riuscito a far distribuire nei cinema in Italia per la prima volta un film iraniano, Bashu il piccolo straniero di Bahram Beyzai, e da quel momento ha svolto un lavoro di interconnessione e promozione tra l’Italia e il cinema iraniano, curando, tra l’altro, il doppiaggio di numerosi film di Abbas Kiarostami, Mohsen Makhmalbaf, Jafar Panahi, Abolfazl Jalili e Asghar Farhadi.
Nel 2011 è stato chiamato in patria dall’amico Asghar Farhadi che lo voleva come attore per il suo film Una separazione, un’interpretazione che gli è valsa la vittoria dell’Orso d’argento per il miglior attore al Festival di Berlino 2011. Il sodalizio con Farhadi continuerà anche con il secondo film del regista, Il passato.
In entrambi i casi, Karimi ha curato il doppiaggio e doppiato personalmente in italiano i suoi personaggi. Nel 2016 recita nel film vincitore del Prix du scénario al Festival di Cannes 2016Il cliente, sempre diretto da Farhadi.
Noi lo abbiamo raggiunto telefonicamente, per parlare insieme a lui della sua interpretazione, nel ruolo di Amed, in La Linea Verticale, serie tv ideata, scritta e diretta da Mattia Torre, disponibile dal 6 gennaio sulla piattaforma RaiPlay (dove potrete trovare già tutti gli episodi) e in onda al sabato su Rai3. E non solo.
Kontainer16: Il suo personaggio, un artigiano, che rivendica la sua Partita Iva come elemento di integrazione, si esprime come un saggio filosofo. Come hai studiato il tuo personaggio?
Babak Karimi: Il personaggio era già così in sceneggiatura,  perché c’era un mediorientale nel letto accanto a quello di Mattia (Torre, NdA). E poi questo è un aspetto del personaggio che è anche molto mio.  Spesso anche Gianfranco Rosi, durante le nostre conversazioni,  mi dice che dovrei scrivere un libro dal titolo “Schizzi e Aforismi” di Babak Karimi. Inoltre, anche io ho vissuto il cliché dell’immigrato,  nonostante vivessi e lavorassi in Italia da anni. Anche professionalmente mi sono trovato ad avere a che fare con questo stereotipo, perché mi chiamavano sempre per la macchietta dell’iraniano o dell’arabo, a volte anche chiedendomi di calcare sull’accento, come se il mio italiano perfetto stonasse con il personaggio che si voleva rappresentare. Una camicia che mi stava molto stretta. Solo a partire dai miei ruoli nei film di Farahdi gli addetti ai lavori hanno iniziato a cambiare questa opinione che avevano di me, a considerarmi come un attore completo.
K16.  Partendo dal presupposto (senza voler fare troppi spoiler) che dalla linea orizzontale cerchiamo tutti di  scappare, quali sono i punti fermi sulla tua linea verticale?
B.K.: Cerco di pensare sempre di essere nato ieri, che oggi è il mio primo giorno di vita e domani potrebbe essere l’ultimo. Il mio diritto e obbligo è quello di vivere ogni momento. Uno dei motivi per cui credo che molti si abbandonino alla depressione è che pensiamo sempre di essere sfortunati, che tutto succeda solo a noi. E invece non è così. Dobbiamo esseri fieri di ciò che abbiamo e sapercelo meritare.
In questo momento le differenziazioni di generi possibili nel cinema credo siano solo due: ci sono i film utili e quelli inutili. Questo è un film utile, che bisognava fare, anche perché rispecchia questo mio pensiero. Avevo una proposta per un colossal negli Stati Uniti. Ho letto la sceneggiatura del La linea Verticale e ho capito che non potevo non accettare la parte. Questo è un sentimento che hanno avuto anche altri membri del cast. Era un film utile ed era nostro dovere e desiderio farne parte.
K16.  La Linea Verticale è stata lanciata in streaming il 6 gennaio, i primi due episodi trasmessi in chiaro sabato 13. Da subito un grande successo di pubblico e di critica. Te lo aspettavi?
B.K: Sì. E speravo passasse in prima serata su Rai 1. Questo non è un argomento di élite, ma una tematica che riguarda tutti, a prescindere dal contesto sociale. Il cancro è la malattia del secolo, che ci riguarda tutti, ognuno di noi ha conosciuto o conosce qualcuno che ne ha sofferto. Al posto della Rai avrei avuto più coraggio. Nella cultura occidentale il cancro viene visto come un tabù, il discorso del male incurabile. Si cerca di fuggire da questa che, invece, è una realtà. Ciò va affrontato in altro modo, non solo come la cattiva sorte, è chiaro che così moriamo sotto il peso della malattia.
Il problema non è fare un film su un argomento, ma trovare il sentimento di quell’argomento. Non raccontare solo il fatto. Questo accade ne La Linea Verticale. La cosa bella della sceneggiatura è che tutto è vero, sono fatti che sono stati vissuti e chi la guarda questo lo può percepire.
K16.  Un cast che raccoglie alcuni degli elementi migliori della commedia (e non solo) italiana. Come è stato per un attore internazionale come te lavorare con loro?
B.K:  Per me è stato bellissimo girare questa serie, un momento di crescita anche professionale. Io sono cinematograficamente cresciuto con questi attori, sentivo che dovevo e volevo far parte della loro famiglia. Ritrovarmeli colleghi per me è stato un enorme privilegio. Qui abbiamo un sentimento e una morale comune, che ci ha unito.
K16.  Quali sono (se ci sono) gli elementi che differenziano il lavoro dell’attore nel cinema italiano rispetto a quello iraniano?
B.K: Ogni film e ogni personaggio ha la sua storia. C’è un tempo di ricerca personale quasi da archivio nei vari personaggi che ho interpretato. Ogni volta cerco il nuovo vestito. Anche il tono grottesco  già faceva parte di me. Si pensi alla pubblicità della Sperlari che ho interpretato alcuni anni fa, in cui facevo uno dei re magi. Qui ci siamo trovati meravigliosamente, un lavoro sinergico. In altri film io facevo dei personaggi che avevano un inizio e una fine. Qui attorialmente è stato possibile attingere a più registri attoriali.
K16: Progetti in corso o futuri di cui può anticiparci qualcosa?
B.K: Ho un ruolo nel prossimo film di Roberto Andò, di cui sono da poco finite le riprese. Ho preso parte alla prima serie di Solo su Canale 5, in cui, guarda caso , interpreto il ruolo di un contrabbandiere turco, e la cui seconda stagione sta per essere trasmessa. Sto facendo una serie tv qui in Iran, che ho accettato per l’argomento utile, sociale. Questo è quello che voglio fare, un cinema che abbia qualcosa da dire. È la mia scelta professionale. In più, ho un ruolo in Invasione, un film iraniano che, posso anticiparvi, verrà presentato al prossimo Festival di Berlino.
K16: Puoi lasciarci una tua considerazione sui recenti fatti di cronaca avvenuti in Iran?
B.K: C’è stata molta manipolazione mediatica. Il tutto è nato da una legge sul lavoro, che ha portato a uno scontro tra l’ala destra e quella moderata. Questa cosa è poi sfuggita di mano, così la sinistra, le lobby politiche se ne sono approfittate e hanno cercato di manipolarne le dinamiche. Quindi una rivendicazione economica è stata stravolta e trasformata in altro. I media di regime hanno cercato di ridimensionarla, mentre quelli di opposizione di fomentarla. Tutto ha origine dal fatto che qui (in Iran, NdA) abbiamo una crisi economica enorme, accompagnata da una divisione delle risorse profondamente diseguale. Quello che è successo è stato il tentativo da più parti di darne una rappresentazione non sempre corrispondente alla realtà dei fatti.

 

di Joana Fresu de Azevedo