Regia:  Mattia Torre
Interpreti:  Valerio Mastandrea, Babak Karimi, Greta Scarano, Giorgio Tirabassi, Paolo Calabresi, Ninni Bruschetta, Antonio Catania
8 episodi di 25’ circa, da sabato 13 gennaio 2018, RaiTre

Un medical dalla parte del paziente: mancava. A eccezione di Braccialetti Rossi, fiction responsabile di danni incalcolabili alla psiche di numerosi quindicenni che, pur di stazionare nella corsia di quel reparto di pediatria, si sarebbero fatti venire anche un cancraccio, però guaribile.
Qui siamo in un vero ospedale, seguendo il viaggio di un uomo giovane, Valerio Mastrandea, che entra “sano” in un ambulatorio del reparto nefrologia e ne esce, dopo pochi minuti, con una diagnosi di tumore da operare al più presto. Tutto è rapido e verosimile. In un attimo siamo dentro le testa e il cuore di quello che nel frattempo è diventato un paziente sconcertato e spaventato, consapevole benché incredulo. In questo bell’ospedale italiano (ce ne sono) si svolge quella che per noi, simpatetici con il malato, è una discesa agli inferi con limitate garanzie sul ritorno, mentre per il personale dell’ospedale è una situazione da affrontare con protocolli, garanzie e professionalità.
Tutto è misurato, posato, reale: la paura del paziente che cerca conferme dove può e come può, l’apparente cinismo del personale che non minimizza ma nemmeno drammatizza, la contenuta sofferenza della moglie incinta, Greta Scarano, ammirevole, che fa ricorso alle estreme risorse di self-control per rasserenare il marito. Attorno ai protagonisti, diverse figure di contorno, già ben delineate, rappresentano l’humus da cui il protagonista trae motivi di consolazione o, al contrario, nutrimento per le proprie paranoie. Gli episodi sono molto brevi, 25 minuti ciascuno, ma mettono alla prova. La mia intenzione era di vederli tutti in una volta, come si fa spesso per le fiction più riuscite, ma  La linea verticale (quella dei vivi, altrimenti è orizzontale) è così coinvolgente e si insinua a tal punto nelle pieghe più nascoste dell’angoscia da richiedere, per una volta, i tempi classici della vecchia tv: due puntate a settimana. Ci vuole tempo per riflettere e metabolizzare, anche se non si vede l’ora di arrivare ad un ragionevole lieto fine.
di Daniela Goldoni