ITA 2018 – 109′

Regia di Carlo Verdone. Un film con Carlo Verdone, Ilenia Pastorelli, Maria Pia Calzone, Lucrezia Lante Della Rovere, Paola Minaccioni.
Carlo Verdone ha sempre fatto lo stesso film. La sua produzione, a pensarci, ruota sempre intorno a spunti tipici: un protagonista alle prese con un mogio trantran quotidiano, un secondo personaggio a insinuarsi in esso, un incalzare di eventi che portano la routine a una svolta: anche, se si pensa a Sono pazzo di Iris Blond, fuori dai confini nazionali. Ciò non implica che il ribaltamento del Caso conduca a conclusioni idilliache, optando Verdone quasi sempre per soluzioni amarognole mai edificanti. Un congegno collaudato sin dai tempi irripetibili della commedia italiana antecedente, di cui il sessantasettenne autore-attore romano, a differenza del Virzì dell’imminente Ella & John – The Leisure Seeker, è un po’ il continuatore in salsa moralista.
Date le ultime prove, si è rimproverato all’autore di Borotalco una certa incapacità, chissà quanto e se voluta, nella lettura d’una realtà e di un Paese in mutamento schizofrenico (“Il mondo va così, siamo in aggiornamento su tutto,” dichiara, “e devo dire che la cosa un po’ mi spaventa”), che affida a Internet e alle più recenti tecnologie l’unica possibilità di conoscenza. E volendo, l’unico modo per (ri)scoprire un film. La sola possibilità, anzi, per concretizzare il sogno. Assurti a mitologia i tempi in cui la “fregnaccia” fungeva da palliativo, permettendo alla generazione Ottanta di perseverare nella propria ingenua evasione, Verdone pare sempre più conscio del rovescio del proprio ruolo. Il medesimo del commediografo fallito cucitogli da Sorrentino ne La grande bellezza (di cui la sua ultima opera contempla un’ineludibile eco, complice una pasticca di ecstasy a forma di smile): continuum di chi, vitellone imborghesitosi, si trova a far i conti con ciò che (ne) resta accettando un più modesto tenore esistenziale.
Escludendo la parentesi di Grande, grosso e… Verdone, ridotta infatti a un breve segmento, probabilmente non è un caso che dopo Gallo cedrone il Nostro sembri arenare un percorso artistico ritagliandosi personaggi che ne sono rancida replica, demandando l’eredità “coatta” a giovani coprotagonisti. Nell’impiego degli sceneggiatori, del musicista e dell’attrice de Lo chiamavano Jeeg Robot – squadra vincente non si cambia – il buon Carlo pare motivare la scelta sulla base di tale riverbero: tanto che a far capolino, durante un rilevante passaggio narrativo, è proprio uno specchio (e un simulacro). Come se l’omaggio al cinema di genere, e il sempiterno affetto per i coatti, avessero luogo tramite un confronto ch’è anche generazionale passaggio di consegna. Non si può pensare di arenare il tempo: le stagioni dell’amore vengono e vanno, lontane le estati di una canzone di Bruno Martino (a siglare sui titoli di coda). E il ricordo di una motocicletta, contemplato in solitaria riflessione dentro un garage, si confronta con un’allucinazione psichedelica più vicina a Ken Russell piuttosto che a Coen o a Gilliam.

Così la prima metà di Benedetta follia, ventiseiesimo lungometraggio di Verdone, è quella in cui la vena “malincomica” dell’autore si svela senza problemi di ridondanza o stucchevolezza. E la spunta sulla seconda, dove la malizia serba un tratto più spinto che in precedenza, parafrasando il titolo ma rimanendo schiacciata dalla propria ricercata esuberanza. Anche in tal senso, però, si può interpretare il film come la summa di due giovinezze artistiche, e a dire già tutto è il manifesto, col protagonista sorridente a cavallo della sua moto e la coprotagonista Ilenia Pastorelli dietro, in improbabili abiti da suora. Ma la seconda giovinezza, pur sincera, suona meno irresistibile di quella scolpita nell’immaginario, connessa a un’epoca in cui la spontaneità acqua e sapone della generazione Ottanta era proporzionale a una lettura che già ne ostentava le amarezze. Queste ultime, nell’ultima produzione del cineasta, fanno pendant con un Paese e una realtà opachi, che Verdone pare non (voler) saper decifrare; e le cui contraddizioni sono bersaglio esorcizzato da mesti sorrisi più che da plateali risate, riservate a facili soluzioni e stratagemmi in odore di blandizie riservate a palati meno esigenti. Ne fanno le spese interessanti scelte di campo giocate nel proprio inverso, a cominciare dal pretesto della hot app cui il protagonista viene iscritto suo malgrado: innesco per una farsesca girandola di bozzetti, equivoci, imbarazzi.
In Benedetta follia, a mo’ di luogo canonico, l’autore ribadisce la propria nota capacità nella direzione delle attrici. Da sempre, inoltre, il rapporto con l’altro sesso è terreno fertile per Carlo in tutte le sfaccettature dell’alveo femminile: salvo sporadiche eccezioni, la filmografia dell’autore-attore è colma di donne cui spetta il compito e forse la missione di stravolgere la sfera esistenziale del maschio. Se in meglio o in peggio, poco interessa. Se lo scopo è il divertimento – parafrasando Michele Anselmi – nel conflitto dei sessi l’imbarazzo crea tensione, e la tensione produce ilarità. Il resto, a partire dal canovaccio di partenza (l’uomo di mezza età mollato da una coniuge lesbica), rientra nell’arcinota maschera comica. E anche la lap-dancer Luna – come la Gloria di Posti in piedi in paradiso o la Luisa di Sotto una buona stella – funge da insolita dea-ex-machina, benché non esente da qualche scheletro nell’armadio: il che insinua il sospetto che gli ultimi lavori di Verdone rientrino in un capitolo a sé, quasi fossero racconti morali(sti). Pure, come Io, loro e Lara, Benedetta follia gioca col cliché religioso-clericale (là Carlo era un presbitero missionario, qui un venditore di oggetti sacri) e gli annessi stereotipi (il prete che racconta barzellette). Cosa che induce a immaginare buona fede nel cineasta, autentico credente, quando sorride delle proprie convinzioni: tuttavia senza il coraggio di graffiare con autentico piglio satirico, deragliando la pochade verso un epilogo all’insegna del volemose bene e del riscatto da wilderiano mensch. Non manca il fattore-sorpresa, ma la fortunata formula dei colpi alla botte e al cerchio, sperimentata in altri tempi, più che inossidabile pare l’unica concepibile nella sfera verdoniana.
Un altro tassello si acclude a una nota galleria, senza (re)inventare più di tanto: furba o ruffiana, nostalgica o démodé, la morale è tutta qui. In ciò risiede un’onestà cui non si può chiedere troppo. Anche se il Paese, i suoi gusti, le sue generazioni, i suoi tempi (comici) non sono più quelli di qualche decennio fa. 

di Francesco Saverio Marzaduri